martedì 29 novembre 2011

CINA – MYANMAR Vertice Pechino-Naypyidaw, aspettando la storica visita della Clinton in Myanmar - Asia News


CINA – MYANMAR Vertice Pechino-Naypyidaw, aspettando la storica visita della Clinton in Myanmar - Asia News

» 29/11/2011 12:50
CINA – MYANMAR
Vertice Pechino-Naypyidaw, aspettando la storica visita della Clinton in Myanmar
Faccia a faccia fra il futuro leader cinese Xi Jinping e il comandante delle Forze armate birmane Min Aung Hlaing. Sicurezza, economia e cooperazione militare al centro dei colloqui. Ma l’attenzione ruota attorno al segretario di Stato Usa, atteso in Myanmar. Timori e incognite per gli equilibri nella regione.

Pechino (AsiaNews) – Garantire la sicurezza per le imbarcazioni lungo il fiume Mekong, rafforzare la cooperazione economico-commerciale fra Pechino e Naypyidaw, “migliorare gli scambi e consolidare la collaborazione” fra gli eserciti cinese e birmano. Sono i punti salienti del vertice tenuto ieri nella capitale cinese fra il vice-presidente – e leader in pectore – Xi Jinping e il comandante delle Forze armate del Myanmar generale Min Aung Hlaing. Il faccia a faccia (nella foto) fra i due alti funzionari precede di pochi giorni la storica visita del segretario di Stato Usa Hillary Clinton in Myanmar, dopo decenni caratterizzati da sanzioni commerciali e tensioni diplomatiche tra Washinton e governo birmano.

Xi, che è anche vice-presidente del Comitato centrale dell’esercito, ha confermato la "storica amicizia” fra Cina e Myanmar, promossa “dai leader delle vecchie generazioni” e sopravvissuta ai “cambiamenti del quadro internazionale”. L’agenzia ufficiale di Stato cinese Xinhua aggiunge che Pechino sosterrà “sempre” il Myanmar nel mantenimento dell’unità nazionale, nello sviluppo economico e nel miglioramento della qualità di vita.

Di contro Naypyidaw, per bocca del generale Min Aung Hlaing, promuove una cooperazione fra gli eserciti e la collaborazione strategica, per salvaguardare la pace e la stabilità della regione. Il militare, secondo quanto aggiunge l’agenzia ufficiale, conferma il sostegno a Pechino per “una sola Cina” e le diatribe sullo status di Taiwan, del Tibet e dello Xinjiang.

Tuttavia, al di là delle dichiarazioni di facciata, le relazioni fra Cina e Myanmar sono offuscate da elementi di tensione. Pechino non ha ancora del tutto digerito la decisione del presidente birmano Thein Sein di interrompere la costruzione della diga di Myitsone, in territorio Kachin. Inoltre nella ex-Birmania – in particolare fra i leader dell’esercito – permane una certa diffidenza verso il gigante cinese, che nella seconda metà del ‘900 ha finanziato e sostenuto a lungo la guerriglia comunista birmana contro l’esercito ufficiale.

Nei prossimi giorni è in programma la storica visita di Hillary Clinton in Myanmar. Il segretario di Stato Usa sarà il più alto funzionario americano negli ultimi 50 anni a mettere piede nel Paese. Diritti umani e sanzioni economiche saranno al centro dei colloqui, ma non è azzardato ipotizzare che gli Stati Uniti proveranno a modificare gli equilibri nella regione, cercando di limitare l’influenza di Pechino.

CINA Pechino annuncia: “Pronti a comprare aziende europee” - Asia News


CINA Pechino annuncia: “Pronti a comprare aziende europee” - Asia News

» 29/11/2011 11:52
CINA
Pechino annuncia: “Pronti a comprare aziende europee”
Con la crisi del debito in tutto il Vecchio Continente, la Cina prepara una delegazione d’affari pronta a investire in Europa circa 400 miliardi di dollari. Niente prestiti, ma acquisizione di obbligazioni statali e azioni. E in cambio l’Ue e gli Usa devono rimuovere le barriere doganali e commerciali.

Pechino (AsiaNews) - Il governo cinese guiderà una delegazione di affari in Europa entro i primi giorni del prossimo anno: con le nazioni europee in piena crisi del debito, Pechino spera di acquistare a poco prezzo obbligazioni statali e partecipazioni nel settore pubblico. La conferma viene dal ministro cinese del Commercio Chen Deming, secondo cui “come governo, spingeremo le nostre compagnie a investire in quelle europee”.

Il ministro ha parlato con il Global Times, la versione internazionale del Quotidiano del Popolo: “Alcune nazioni europee stanno affrontando una dura crisi del debito e sperano di convertire le proprie azioni in denaro contante. Spingeremo le nostre aziende ad acquistare compagnie europee”. La cifra complessiva di investimenti, secondo alcuni, si aggira intorno ai 400 miliardi di dollari.

Chen ha però “avvertito” la controparte europea e statunitense: dato che le aziende cinesi affrontano diversi problemi nell’investire all’estero “le autorità di quei Paesi che cercano investimenti cinesi devono aprire ancora di più i propri mercati, eliminando barriere e ostacoli inutili. Apriremo le casse, ma le altre economie devono rispondere in maniera positiva”.

Il ministro non ha chiarito quali e quante nazioni la delegazione intende visitare. Tutti i leader europei hanno chiesto alla Cina – la seconda economia mondiale – di aiutare l’Eurozona distribuendo “fondi di prestito”, ma fino ad ora Pechino non aveva risposto.

ASIA - ITALIA Finanziamenti del FMI, debito sovrano e sovranità - Asia News


ASIA - ITALIA Finanziamenti del FMI, debito sovrano e sovranità - Asia News

» 29/11/2011 12:39
ASIA - ITALIA
Finanziamenti del FMI, debito sovrano e sovranità
di Maurizio d'Orlando
La debole smentita della notizia di un prestito del Fondo monetario all’Italia - che si trova, suo malgrado al centro di una vicenda economica di portata mondiale - sembra confermare la possibilità che ci indirizzi verso i nuovi Diritti speciali di prelievo (DSP). L’oro della Banca d’Italia e l’interesse del cartello mondiale delle banche.

Milano (AsiaNews) - Una vera e propria notizia bomba ha scosso il fine settimana di coloro che si occupano di finanza e di macro-economia per quanto pubblicato domenica scorsa da La Stampa[1].

Secondo il quotidiano, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), starebbe preparando un finanziamento per un ammontare “compreso fra 400 e 600 miliardi di euro al fine di dare al governo Monti 12-18 mesi di tempo per varare le necessarie riforme, alleviandolo dalla necessità del rifinanziamento del debito”.

La notizia sembra riguardare solo l’Italia, ma in questo momento il Paese, suo malgrado, si trova al centro di una vicenda economica di portata mondiale, come dimostra, tra l’altro, l’affermato interesse della Cina per i debiti sovrani europei in generale e italiano in particolare.

Tornando al prestito del FMI, esso avverrebbe a tassi fra il 4 e 5 per cento, inferiori al 7-8 per cento annuo, il livello toccato nelle ultime settimane dagli interessi definiti nelle aste dei titoli di Stato italiani. L’entità della cifra è enorme e come fanno notare il giornalista del La Stampa e varie altre fonti l’FMI non dispone attualmente delle risorse per fornire la facilitazione finanziaria proposta. Secondo l’articolista l’ipotesi è quella dall’emissione di nuovi Diritti speciali di prelievo (DSP), coordinata con la Banca centrale europea (BCE) guidata da Mario Draghi. Il progetto sarebbe così avanzato che in merito ci sarebbe stata una telefonata fra il presidente del Consiglio italiano Monti ed il nuovo direttore dell’FMI, Christine Lagarde.

La notizia è stata smentita nella mattinata di lunedì da un portavoce dello stesso FMI, che non ha voluto peraltro essere identificato. Eppure, Molinari, l’estensore dell’articolo della Stampa, si è esposto con il proprio nome ed è persona nota per la sua introduzione presso ambienti finanziari di livello estremamente alto, oltre che per essere di solito accurato nei suoi resoconti. La smentita lascia perciò perplessi e sembra piuttosto fiacca, il disappunto per un’informazione sfuggita prematuramente. L’ipotesi descritta, prospettata dalla Stampa sarebbe, per altro, una clamorosa riprova dello scenario specifico anticipato lo scorso settembre da AsiaNews [2]: chiedendo scusa per l’autocitazione ne riportiamo alcuni pezzi per ribadire il concetto e cioè che la crisi è interamente pre-orchestrata già da molto tempo. “A questo punto si deve inserire un colpo di scena, un ribaltamento di sorti: la Federal Reserve annuncia che, insieme al Fondo monetario internazionale, interverrà per salvare l’Euro, a condizione che i Paesi europei facciano la loro parte. È una mossa geniale, le borse mondiali si riprendono, all’apparenza, le sommosse cessano. Berlusconi, però, deve andare via, comunque, perché così è scritto sulla scaletta”.

Quello che ci aveva permesso di prevedere le mosse non era la palla di vetro (che non possediamo), ma l’artificiosità dell’attacco al debito pubblico italiano: da quasi vent’anni il debito dell’Italia veleggia sul 120 % del PIL e le agenzie di rating, seguite da nugoli di acuti gestori di fondi, se ne accorgevano solo in questi mesi.

La notizia debolmente smentita è inquietante, perché nell’articolo si fa notare che l’FMI e la BCE non dispongono delle risorse necessarie per fornire il prestito all’Italia. È logico, perciò, chiedersi da dove potrebbe arrivare tutta questa abbondante moneta, visto che USA, Europa e Giappone già non hanno fondi per sé e che i Paesi emergenti con maggiore liquidità, Cina, India e Brasile non sembrano smaniosi di intervenire a sostegno di chicchessia? Ci viene un sospetto e riguarda, avete indovinato, le circa 2500 tonnellate d’oro[3] detenute dalla Banca d’Italia, l’istituto di emissione monetaria. Nel luglio 2009, l’ex ministro del Tesoro Tremonti aveva dichiarato ad una commissione del Parlamento italiano che tale oro appartiene al popolo italiano, ed aveva raccolto il pieno consenso e sostegno di maggioranza ed opposizione.

Le banche private erano, invece, insorte ed avevano all’unisono sostenuto che la proprietà dell’oro era della Banca d’Italia. Questa accorata perorazione dell’Istituto che è il controllore di banche e finanziarie non deve stupire. La Banca d’Italia, infatti, è di proprietà per il 94,33% di banche e assicurazioni private. Oggi, dopo il golpe tecnocratico ed il commissariamento dell’Italia, al posto di Giulio Tremonti a capo del dicastero c’è il super-ministro per l’economia Corrado Passera. Fino a pochi giorni fa Passera era consigliere delegato di Banca Intesa ed espressione di chi tale banca controlla. Ebbene, proprio Banca Intesa è il maggiore azionista della Banca d’Italia ed il fatto è che di recente le sue quotazioni in borsa sono scese. La ragione è che all’attivo del suo bilancio Banca Intesa detiene un grande quantità di BOT e BTP. Come è noto nelle ultime settimane le aste dei titoli di Stato italiani sono andate piuttosto male: i mercati finanziari, cioè un piccolo pugno di gestori di fondi che dispongono di enormi capitali, hanno iniziato a diradare, seguendo le indicazioni dei bollettini portaordini, le proprie offerte di riacquisto di titoli italiani e questo ha provocato un rialzo dei tassi d’interesse. Con l’aumento dei tassi d’interesse, i titoli emessi in precedenza con una cedola più bassa, è ovvio, hanno subito dei forti deprezzamenti. Questo ovviamente spiega, a sua volta, la caduta del valore del patrimonio netto di Banca Intesa e la flessione delle quotazioni di borsa della banca di cui Passera era CEO fino a pochi giorni fa. Ora, se il nuovo ministro del Tesoro Passera cede all’FMI l’oro italiano, ottiene liquidità monetaria e non deve rifinanziarsi. Così le quotazioni dei BOT e BTP si riprendono ed allo stesso modo si risolleva il valore di borsa delle banche e di Banca Intesa in particolare. Poiché la remunerazione e la liquidazione di un consigliere delegato di una grande banca è in gran parte determinata da bonus legati al valore di borsa delle azioni, è davvero difficile negare un conflitto d’interessi e una confusione dei ruoli tra controllore e controllati.

Per chi supponesse che per l’Italia possa essere conveniente spossessarsi del proprio oro pur di uscire vogliamo riportare alcune semplici considerazioni. Secondo i dati del World Gold Council al novembre 2011 l’ammontare dell’oro detenuto dalle banche centrali di tutto il mondo era a pari a 30'708,3 tonnellate[4]. L’Italia è il quarto detentore ufficiale al mondo di riserve d’oro, dopo gli USA (8'133,5 tonnellate), la Germania (3'401,0 t.) e l’FMI (2'814,0 t.) e le sue riserve auree costituiscono il 7,98% di quelle mondiali, mentre il PIL dell’Italia è il 3,35% di quello mondiale in base ai dati della Banca Mondiale (riferiti al 31/12/2010). Inoltre se utilizziamo una definizione abbastanza ristretta di moneta, la M2[5], il totale della liquidità monetaria è il 120,6 % del PIL mondiale[6], pari a circa 73'510 miliardi di dollari. Se impieghiamo invece una definizione più ampia (e più corretta) di liquidità finanziaria che includa anche il credito (la “moneta bancaria”) ed il debito pubblico arriviamo ad un totale di oltre 150'000 miliardi di dollari[7]. Consideriamo che secondo il World Gold Council l’oro estratto nel mondo dall’inizio della storia sono state circa 165'600 tonnellate[8].

Quella che segue è una tabella molto semplice[9] che indica il valore di un grammo d’oro in dollari. Il paragone più calzante sarebbe quello del rapporto tra M2 e oro totale delle riserve delle banche centrali e cioè 2'450 $ per grammo, a fronte di una quotazione che attualmente è di circa 55 $ per grammo. Si tratta, ovviamente di un calcolo puramente teorico che implica un rapporto di 1 a 1, cioè che per ogni unità monetaria vi sia una corrispondente copertura aurea per il 100 % del valore.

TABELLA

M2/oro riserve $ 2.450
liquidità/oro riserve $ 5.000
liquidità/oro totale $ 906
M2/oro totale $ 444


Un altro paragone ci da un idea di quanto sarebbe vantaggioso per il cartello mondiale delle banche ed invece quanto sarebbe dannoso per i comuni cittadini italiani. Nell’agosto 1982 l’indice della borsa americana (il Dow Jones Industrial Average, DJIA) era pari ad un po’ meno di 780 e l’oro era un po’ meno di $ 350 per oncia. Attualmente il DJIA è a circa 11'600, con un incremento di circa 15 volte (il 1500%). Applicando tale moltiplicatore si ottiene un valore dell’oro di circa 5'250 $ oncia, pari a circa $ 168 al grammo, circa tre volte il valore attuale dell’oro.

Comunque lo si calcoli, il valore, di lungo termine, ben inteso, delle 2'451,8 tonnellate dell’oro è ben superiore: applicando il valore derivato dal rapporto M2/oro riserve (2'450 $ per grammo) arriveremmo a circa 4'400 miliardi di euro, ben superiore a tutto il debito pubblico italiano che attualmente è pari a circa 1'850 miliardi di euro.

Si tenga inoltre presente che l’FMI applicherebbe condizioni durissime al prestito accordato e che in tali condizioni l’Italia non riuscirebbe più piazzare i propri BOT e BTP. Infatti una delle condizioni che l’FMI tassativamente impone a tutti i prestiti che concede è quello della precedenza del proprio credito su qualsiasi altro. Nessun altro investitore sarebbe perciò pronto a fornire risorse fresche per ottenere titoli di credito subordinati. L’Italia perciò perderebbe di fatto la propria sovranità E se questo è stato possibile portare in un grande Paese di antiche tradizioni industriali che cosa ne sarà in realtà meno consolidate?

lunedì 28 novembre 2011

L'opposizione Siriana: l'azione della Lega Araba segna l'inizio di una nuova era per il paese

Sadristi e Hezbollah hanno partecipato alla repressione: la carta (1513 con i CONFINI ATTUALI SOVRAPPOSTI) aiuta capire perchè....Sempre di anime PERSE si tratta...


L'opposizione Siriana: l'azione della Lega Araba segna l'inizio di una nuova era per il paese
Mentre i lealisti regime sono infuriati per la sospensione dalla Lega Araba della Siria, attivisti e esponenti dell'opposizione hanno tirato un sospiro di sollievo e hanno salutato la decisione come un passo nei confronti della Siria per il raggiungimento della libertà per la quale sta lottando.

Infine, la foglia di fico araba è stato strappata al regime del presidente Bashar al-Assad, ha detto il giornalista siriano Bassam Gaara.

"Questa copertura è quella che ad Assad ha dato una possibilità dopo l'altra, e ciò, a sua volta, ha portato alla uccisione molti più civili siriani", ha detto ad Al Arabiya.

Nonostante la sospensione sia vista come un passo positivo, Gaara ha avvisato che vi sarà una risposta violenta da parte del regime siriano.

"Il regime reagisce con più uccisioni e la repressione, ma contiamo sulle persone che hanno raggiunto il punto di non ritorno e che continueranno la loro lotta fino a quando non vinceranno".

Gaara ha aggiunto che la preoccupazione principale è porre fine alla crisi con il minor numero di danni possibile, e sottolineato l'importante ruolo dell'esercito siriano nel raggiungere questo fine.

"Chiediamo all'esercito siriano di astenersi dall'eseguire l'ordine di Bashar al-Assad di uccidere civili innocenti."

Il segretario generale del blocco siriano unificato, Wahid Sakr, ha benedetto l'azione della Lega Araba come frutto degli sforzi del popolo siriano e ha detto che l'esercito e il presidente sono ora lasciati con poche opzioni.

"L'esercito deve smettere di versare il sangue dei siriani e Bashar al-Assad deve dimettersi subito", ha detto ad Al Arabiya.

Sakr aggiunto che il prossimo stadio richiede il coinvolgimento del Consiglio di sicurezza dal momento che la questione siriana si sposta dalla scena araba alla scena internazionale.
"E 'giunto il momento per il Consiglio di Sicurezza a prendere le sue responsabilità nei confronti della crisi in Siria."

Per quanto riguarda l'obiezione del Libano alla sospensione, Sakr ha detto che non ne era sorpreso.

"Questo è il governo di Hezbollah, le cui milizie hanno preso parte all'assassinio del popolo siriano".

L'astensione dal voto dell'Iraq, ha spiegato Sakr , era ugualmente prevista.

"Le milizie del religioso sciita Moqtada al-Sadr hanno partecipato anche loro alla strage della nostra gente".

L'attivista islamico siriano Abu Shakir ha concordato con Gaara per quanto riguarda la reazione del regime siriano .

"Ovviamente il regime risponde con altra violenza, poiché raggiungere i più alti livelli di repressione è l'unico mezzo di cui dispone al fine di rimanere al potere."



Articolo originale

Live updates: Elections get underway | Al-Masry Al-Youm: Today's News from Egypt


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domenica 27 novembre 2011

Dal blog di Paolo GUZZANTI

Ho votato la fiducia a Monti, che ho incontrato e con cui ci siamo scambiati un saluto cordiale: “Auguri prof e presidente”.”Anche a lei, ben noto Guzzanti…” Epilogo di una nuova partenza. La politica si è suicidata per codardia: i partiti sono tutti colpevoli, mentono tutti. In fondo Napolitano ha tirato Monti fuori dal cappello e quello giura di essere un bravo ragazzo e di non volersi approfittare della mensa imbandita e abbandonata vigliaccamente da tutti, che scappano facendo la riverenza e meditando inciuci. A questo punto (on s’engage et après on voit) non resta che fare due cose: tallonare da vicino il governo e scatenare la rivolta politica nei partiti politici. Vogliamo fare tutti insieme il gioco di piantarla di ripetere banalità come se ci pagassero? Perché quelli di destra non accusano la destra di aver fallito e quelli di sinistra non accusano la sinistra di non esistere e di essere codarda? Fare bunga bunga con la coscienza è più osceno che farla con le escort.

Rivoluzione Italiana

Siria: espulsione per padre Paolo - ATTUALITA


Siria: espulsione per padre Paolo - ATTUALITA

MEDIORIENTE
Siria: espulsione per padre Paolo
Il monaco italiano ha proposto un sistema politico democratico.


Paolo Dall'Oglio.

Padre Paolo dall'Oglio, monaco italiano, da 30 anni in Siria, fondatore della comunità monastica di Mar Musa e da mesi impegnato negli sforzi di riconciliazione interna, deve essere espulso dal Paese. Lo hanno deciso le autorità di Damasco, secondo notizie confermate all'Ansa dallo stesso padre gesuita.
«La decisione riguardo alla mia persona è stata già presa ed è stata comunicata dal ministero degli esteri (siriano) al mio vescovo», ha detto padre Paolo, raggiunto telefonicamente nel convento di Mar Musa, nella regione desertica di Nebek a circa 80 km a nord di Damasco. «Già nei giorni scorsi mi era stata comunicata la decisione» ha affermato il 57enne monaco nato a Roma «ma vi è ora stata una fuga di notizie di cui non sono responsabile e che mi rammarica molto perché toglie spazio alla mediazione».
IN PRIMA LINEA DA 30 ANNI. Nei mesi scorsi, padre Paolo, dai primi anni '80 in Siria e autore della rinascita dell'antico monastero di San Mosé l'Abissino, si era fatto promotore di un tentativo di mediazione nella difficile situazione nel Paese scosso da otto mesi e mezzo da proteste anti-regime e dalla conseguente repressione. Nel suo testo, proponeva l'approdo a un sistema politico democratico basato sul consenso tra le varie comunità confessionali, etniche, ideologiche e sociali della Siria.
«Bisogna evitare il bagno di sangue», ha aggiunto, affermando che i prossimi mesi potranno vedere un inasprirsi delle violenze rispetto a quanto avvenuto sin d'ora. Un bilancio datato dell'Onu stima in oltre 3.500 il numero di siriani uccisi dal 15 marzo ai primi di novembre. Nonostante la decisione delle autorità di Damasco nei confronti di padre Paolo sia stata già presa, il monaco gesuita non si è arreso e, in cambio della sua permanenza in Siria, ha deciso di proporre, «tramite il vescovo, di interrompere la mia attività di partecipazione alla discussione politica. Perché i miei doveri ecclesiali sono più importanti, ma anche perché evidentemente non è apprezzata».
ALTRE 10 VITTIME. Nel frattempo, altri 10 civili, tra cui un adolescente di 14 anni, sono stati uccisi il 27 novembre in diverse parti della Siria dalle forze di sicurezza di Damasco: lo hanno riferito gli attivisti per i diritti umani. Cinque persone sono state uccise nei pressi di Homs, ha affermato l'Osservatorio siriano per i diritti dell'uomo, dove sono scoppiati violenti scontri tra l'esercito e i gruppi di disertori.
L'agenzia ufficiale Sana ha affermato che i militari di Damasco hanno ucciso 12 uomini armati e aver effettuato numerosi arresti a Homs, per debellare i «gruppi terroristi».
Domenica, 27 Novembre 2011

sabato 26 novembre 2011

Va in parrocchia, il marito la uccide


Rachida Radi, la donna uccisa dal marito a Brescello

Va in parrocchia, il marito la uccide
Reggio Emilia, marocchina presa a martellate.
Si stava convertendo e separando

I volontari cattolici: «Rachida picchiata. Aveva iniziato un percorso verso una fede nuova»

Va in parrocchia, il marito la uccide

Reggio Emilia, marocchina presa a martellate.
Si stava convertendo e separando


BRESCELLO (Reggio Emilia) - Nella mano sinistra stringeva l'atto di separazione chiesto dalla moglie Rachida alle autorità marocchine: il grande affronto. Nella destra, il martello: la punizione. Uno, due, tre, dieci colpi per spezzare quella donna che gli stava sfuggendo, che «voleva cambiare vita», che aveva smesso di portare il velo, si sforzava di parlare italiano, frequentava altre mamme e aveva trovato negli ambienti della parrocchia, tra i volontari della Caritas e il gruppo ricreativo per i bambini, aiuto, solidarietà e parole nuove. Intollerabile per Mohamed El Ayani, 39 anni, figlio del profondo Marocco, musulmano osservante, la famiglia vissuta come una proprietà. La sola idea che qualche amico potesse irriderlo per le frequentazioni cattoliche della sua donna ha spento anche l'ultima luce nella mente dell'uomo, che ha colpito Rachida Radi, 35 anni, fino a sfondarle il cranio. «Voleva lasciarmi...» ha poi biascicato in uno sdrucciolevole italiano ai carabinieri, ai quali si è presentato un'ora dopo, insanguinato e con in braccio la figlia piccola di 4 anni, che probabilmente ha assistito al delitto, è il sospetto degli inquirenti, anche se l'omicida confusamente nega.

Per saperne di più

venerdì 25 novembre 2011

Mario Monti promosso da Merkel e Sarkozy ma niente Eurobond - PMI.it


Mario Monti promosso da Merkel e Sarkozy ma niente Eurobond - PMI.it

Governo Monti promosso da Merkel e Sarkozy, ma niente Eurobond
Mario Monti ha incontrato in un mini vertice a Strasburgo Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, dai quali ha ricevuto pieno appoggio e fiducia sul piano di riforme per l'Italia.
Noemi Ricci - 25 novembre 2011



Mario Monti conquista Francia e Germania, o meglio Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Il nuovo Presidente del Consiglio italiano ha incontrato ieri la cancelliera tedesca ed il presidente francese a Strasburgo per un “mini-vertice” per discutere del futuro dell’euro tra le tre più grandi potenze economiche dell’eurozona.

Già in questa definizione dell’incontro si legge un cambio di regime nell’opinione che hanno all’estero del presente Governo, guidato da Mario Monti, rispetto al precedente Governo Berlusconi.

La stessa Merkel nelle settimane scorse aveva dichiarato ai giornalisti che il problema dell’Italia non era di stampo economico ma politico.

E ora ci si aspetta che Monti rassicuri il resto dell’Europa sugli sforzi che l’Italia metterà in atto per risollevare il Paese e scongiurare il rischio default.

Sarkozy si è dichiarato fiducioso su questo fronte e ha manifestato la volontà di «sostenere Monti nella sua politica di riforme e risanamento finanziario». Pieno appoggio al Governo Monti anche da Merkel che rivolgendosi al premiér afferma «saremo là ogni volta che ne avrà bisogno».

Sul fronte comunitario il vertice trilaterale ha parlato del ruolo della BCE nella lotta contro la crisi che sta minacciando pesantemente l’Euro. Insieme hanno ribadito la piena fiducia nella banca centrale e si sono impegnati per la modifica del trattato Ue per migliorare la governance della zona Euro. Per Merkel però questa revisione non dovrebbe coinvolgere la BCE, mentre Sarkozy ha proposto che la Banca centrale acquisti i debiti dei Paesi in difficoltà per evitare il contagio della crisi del debito nella zona euro e Monti l’emissione di euro-obbligazioni per «mutualizzare il rischio finanziario in Europa».

È evidente per tutti la gravità della situazione nella zona euro, che sta causando l’importante perdita di fiducia dei mercati. Monti, Merkel e Sarkozy hanno quindi concordato sulla necessità di un impegno comune per garantire la stabilità della moneta unica e si sono dati appuntamento a Roma.

CINA I super-ricchi cinesi cercano rifugio all’estero - Asia News

CINA I super-ricchi cinesi cercano rifugio all’estero - Asia News

Il 46% si prepara ad emigrare in Usa, Canada, Australia, Singapore. Temono insicurezza e rivolte sociali; desiderano un ambiente pulito e migliore educazione per i figli.

Pechino (AsiaNews) – Quasi la metà dei milionari cinesi sta pensando di emigrare all’estero, preoccupati per la situazione politica, le tensioni sociali e l’inquinamento; il 14% lo ha già fatto o sta preparando le carte per andarsene. Fra le mete più gettonate vi sono Usa, Canada, Singapore e Australia.

È quanto emerge da una ricerca compiuta dall’Hurun Report e dalla Banca di Cina su 980 milionari, la cui ricchezza è superiore a 10 milioni di yuan ciascuno (circa 1,17 milioni di euro).

Il motivo primario che li spinge ad emigrare è la ricerca di una migliore qualità dell’educazione per i loro figli. In questo essi seguono l’esempio dei leader cinesi: si sa che Xi Jinping, probabile successore di Hu Jintao alla presidenza, tiene i suoi figli all’estero per studiare. Insieme all’educazione, si citano anche un ambiente meno inquinato rispetto alle città cinesi e il timore di cibi avvelenati o sofisticati.

Quasi alla pari, vi è il motivo dell’insicurezza sociale del Paese. Negli ultimi anni sono cresciuti i cosiddetti “incidenti di massa”: scioperi, rivolte, proteste. Secondo Sun Liping dell’università Qinghua, nel 2010 sono arrivati a 180mila, quasi il triplo rispetto a tre anni prima. Le rivolte potrebbero portare a scontri, oppure a un cambiamento di politica – magari a un ritorno maoista – che penalizzerebbe chi si è arricchito godendo dei privilegi all’interno del Partito, divenendo oggetto dell’ira della popolazione.

Vi è anche un’insicurezza legale: i tribunali in Cina e le accuse di corruzione o di illegalità si muovono secondo la politica del Partito e delle sue correnti e vi è sempre il rischio di trovarsi dalla parte sbagliata.

D’altra parte, molti di questi milionari hanno spesso accumulato ricchezze attraverso metodi corrotti. Da anni il Partito chiede ai membri (e ai loro familiari) di dichiarare in modo esplicito tutte le fonti di guadagno e le proprietà, ma non è riuscito ad ottenere nulla. Emigrare all’estero è il modo migliore per mantenere al sicuro le ricchezze, sottraendole da possibili controlli.

Ma proprio questo aspetto sta creando problemi nei Paesi di trasferimento. Almeno un terzo degli interrogati dall’inchiesta, dichiara di aver scelto lo schema “migrazione per investimento”. In esso, si offre la residenza a chi può investire un considerevole capitale nel Paese di destinazione. Negli Usa, ad esempio, in questo anno almeno 3mila ricchi cinesi hanno domandato questo tipo di visa. Nel 2007 erano solo 270. Ma proprio gli Usa e altri Paesi domandano documentazione precisa sulle ricchezze possedute e spesso i super-ricchi cinesi non possono presentarla, data l’ambigua provenienza.

Nonostante ciò, in molti Paesi – Usa, Canada, Italia, ecc… - sono nati uffici per aiutare i milionari cinesi a gestire i loro capitali e guidargli negli investimenti.

EGITTO Nuova “marcia da un milione” oggi al Cairo per cacciare il governo dei militari - Asia News

EGITTO Nuova “marcia da un milione” oggi al Cairo per cacciare il governo dei militari - Asia News

Oltre 30 partiti politici e i sindacati nella prova di forza contro il Consiglio supremo delle Forze armate, che conferma le elezioni del 28 novembre e nomina un nuovo Primo ministro. Assenti i Fratelli musulmani, che si riuniranno in un altro luogo.

Il Cairo (AsiaNews/Agenzie) – Piazza Tahrir si sta cominciando a riempire per una nuova “marcia da un milione” convocata da oltre 30 partiti politici per oggi, dopo la preghiera del venerdì, per chiedere che il Consiglio supremo delle Forze armate (Scaf) e il suo capo, Hussein Tantawi, passino immediatamente i propri poteri a un’autorità civile. Altre richieste secondarie sono la formazione di un governo di “emergenza nazionale”, il rilascio degli attivisti arrestati a Maspero e a Tahrir, il processo per i responsabili delle uccisioni dei manifestanti e una ristrutturazione radicale del ministero degli Interni. I grandi assenti dalla manifestazione sono il partito Wafd (liberale) e soprattutto i Fratelli musulmani, che daranno vita a una manifestazione separata.

Il Consiglio supremo ha già rigettato le richieste che verranno ribadite in piazza oggi; ha confermato che il primo appuntamento elettorale fra quelli previsti si svolgerà il 28 novembre prossimo; e ha nominato un nuovo Primo ministro, in sostituzione di Essam Sharaf, dimessosi il 23 novembre. Il nuovo premier è Kamal Ganzouri, che ha già ricoperto questo ruolo nell’era Mubaraka, dal 1996 al 1999. La nomina è criticata perché Ganzouri è un esponente delle vecchia guardia, legato ai vertici del regime e ai militari, anche se aveva preso le distanza dal Rais tempo prima che scoppiasse la crisi.

La protesta di oggi è appoggiata dalla Federazione dell’unione dei sindacati egiziani, mentre un’altra organizzazione sindacale ha proclamato uno sciopero per oggi a sostegno della manifestazione. Nel frattempo il ministero della Sanità ha rivelato che 41 persone sono rimaste vittima degli scontri dei giorni scorsi. Il Consiglio ha espresso le sue condoglianze e promesso che le famiglie delle vittime saranno indennizzate. Ma la situazione è estremamente instabile e piena di rischi, anche per i giornalisti. Alcuni sono rimasti feriti e un gruppo di osservazione ha sconsigliato giornali e televisioni dall’inviare donne giornaliste in Egitto, dal momento che si sono verificati almeno due casi di aggressioni sessuali da parte di agenti della sicurezza in borghese ai loro danni: una francese e una con nazionalità egiziana ed americana.

EGITTO Giovane copto: per il nuovo Egitto, né esercito, né estremisti - Asia News

EGITTO Giovane copto: per il nuovo Egitto, né esercito, né estremisti - Asia News

Nagui Diamiam racconta la ritrovata unità degli egiziani che manifestano in piazza Tahrir. I Fratelli musulmani forti e organizzati, ma distanti dalle esigenze dei giovani. Una vittoria degli estremisti contro l’esercito darebbe il via a una guerra civile con le forze moderate. L’esodo dei cristiani.

Il Cairo (AsiaNews) - “La situazione è molto instabile e incerta. Noi giovani, cristiani e musulmani, siamo fiduciosi che la costruzione di un Egitto democratico e laico sia possibile e ci stiamo battendo per questo”. È quanto afferma Nagui Diamiam, 30 anni, copto cattolico che in questi giorni ha partecipato alle manifestazioni di piazza Tahrir contro l’esercito. Per il giovane gli egiziani che stanno guidando le proteste non vogliono essere governati nè dagli estremisti né dall’esercito. “La salita al potere dei gruppi radicali islamici – sottolinea - porterebbe alla guerra civile”.

Intanto continuano gli scontri fra manifestanti e forze dell’ordine in piazza Tahrir. Fonti di AsiaNews raccontano di diversi feriti e intossicati dai gas lacrimogeni, che ieri hanno ucciso una giovane donna incinta di tre mesi. Oggi il Consiglio superiore dell’esercito ha chiesto scusa per l’eccessivo uso della forza e per la morte di diversi “figli fedeli dell’Egitto”. La situazione di caos rischia di far saltare il voto del 28 novembre. Per i manifestanti la violenza di questi giorni non è compatibile con le libere elezioni”.

Nagui spiega che “a unire cristiani e musulmani è stato il massacro dei copti dello scorso 9 ottobre, costato 28 morti. Da allora molti islamici moderati hanno stretto solidarietà con i cristiani e accusano l’esercito di voler dividere il Paese”. Questa solidarietà si trova in diversi livelli della società, soprattutto nella maggiori città, il Cairo ed Alessandria. Il giovane racconta che “in questi sei mesi si sono costituiti diversi partiti democratici misti, che hanno al loro interno membri della comunità copta e islamica. Le divisioni continuano ad esserci, ma ora tutti, cristiani e musulmani, stanno combattendo fianco a fianco contro l’esercito e per un nuovo Egitto e da giorni in piazza occupano piazza Tahrir.

Purtroppo questa unità non è del tutto presente negli alti livelli della politica, dove si tende ad agire per appartenenza religiosa. “Al momento – afferma – chi guida la politica sono i Fratelli musulmani e i salafiti, che da decenni attendono queste elezioni per salire al potere. Essi sono molto organizzati e a differenza di noi giovani hanno grandi disponibilità economiche. In questi mesi i Fratelli musulmani hanno più volte annunciato che in caso di voto avrebbero la maggioranza dei seggi. Tali affermazioni si basano sull’elezione interna del sindacato dei medici, vinta dal loro partito e utilizzata come proiezione elettorale”.

Sull’eventuale posticipo del voto chiesto a gran voce dalla piazza, Nagui Diamiam spiega che “molti di noi sono divisi sul da farsi e pensano che rimandare le elezioni porterebbe ancora più potere ai militari. Altri invece sono convinti che con questo clima di tensione sia impossibile votare. I rischi di manipolazione e nuove violenze sono troppo alti. È giusto che la gente partecipi alle elezioni senza paura”.

Il giovane racconta che “molti cristiani stanno fuggendo dal Paese, timorosi di una vittoria dei partiti islamici. I sacerdoti, cattolici e ortodossi e i membri più attivi delle comunità fanno di tutto per fermare questo esodo. In questo momento la comunità deve essere unita. Il nostro dovere è stare qui ora e facilitare le libere elezioni”.

“Noi cristiani – afferma - vogliamo fare del nostro meglio per queste elezioni e lo faremo insieme ai musulmani moderati. Ci sono molti partiti guidati da islamici che sono contro lo strapotere dei Fratelli musulmani e sono pronti a sostenere i movimenti democratici”. (S.C.)

giovedì 24 novembre 2011

CINA Cina, la tempesta si sposta sulle banche: “Costruite sulla sabbia” - Asia News

CINA Cina, la tempesta si sposta sulle banche: “Costruite sulla sabbia” - Asia News


» 24/11/2011 12:42
CINA
Cina, la tempesta si sposta sulle banche: “Costruite sulla sabbia”
Jim Chanos, fondatore e presidente del Fondo di investimento Kynikos, lancia l’allarme: “Il sistema bancario cinese è estremamente fragile, fate attenzione”. E svende le azioni bancarie cinesi in suo possesso. Il governo corre ai ripari e favorisce il credito al consumo. Aumenta il rischio inflazione.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) - Le banche cinesi sono “estremamente fragili, sembrano costruite sulla sabbia: gli investitori non hanno i capitali necessari per riparare ai danni provocati da prestiti non resi”. È l’opinione di Jim Chanos, fondatore e presidente del Fondo di investimento Kynikos, che conta su un capitale di investimento pari a 6 miliardi di dollari. Al momento Chanos si sta liberando delle quote della Agricultural Bank of China, una delle maggiori banche statali cinesi.

Secondo il finanziere “l’intero sistema bancario è costruito sulla sabbia, un concetto che la maggior parte della gente non sembra afferrare. Sembra che tutti lo ritengano un libro aperto, quando non è così”. In effetti i segnali ci sono tutti: il tasso Msci China Financial (che registra le azioni bancarie) ha abbassato di 32 punti percentuali il grado di sicurezza dei prestiti. E il mercato immobiliare è sempre più vicino al collasso.

Tutto questo potrebbe creare in potenza uno scossone sociale di enormi proporzioni: per questo, il governo centrale continua a inserire capitali sui mercati e a riparare ai danni compiuti da speculatori e affaristi. La Central Huijin Investment Ltd. – una branca del fondo governativo di sicurezza – ha iniziato a comprare azioni delle Quattro Grandi (le banche di Stato) al momento in seria difficoltà.

La Banca centrale cinese (Pboc) ha poi annunciato la riduzione dei tassi sulla riserva minima obbligatoria per più di venti piccole banche rurali: in questo modo si consente loro di aumentare i prestiti concessi. La Banca centrale ha dichiarato poi che la politica monetaria restrittiva - messa in atto dallo scorso anno – sarà riportata “a tempo debito a una dimensione appropriata”. Le riserve minime rappresentano la parte dei depositi che le banche devono depositare presso la banca centrale e che non possono essere utilizzate per concedere prestiti. Gli obblighi di riserva delle banche coinvolte caleranno dal 16,5 al 16 per cento.

SIRIA La Lega araba decide quali sanzioni prendere contro Damasco - Asia News

SIRIA La Lega araba decide quali sanzioni prendere contro Damasco - Asia News

» 24/11/2011 11:37
SIRIA
La Lega araba decide quali sanzioni prendere contro Damasco
Cresce la pressione internazionale sul regime di Assad. Ieri la Francia ha definito “interlocutore legittimo” il Consiglio nazionale siriano, il maggior organismo di opposizione. E sta prendendo piede l’idea di corridoi umanitari, o di una no-fly zone gestita da turchi e arabi.

Damasco (AsiaNews/Agenzie) – I ministri degli Esteri della Lega araba si riuniscono oggi al Cairo per decidere quali sanzioni prendere nei confronti della Siria responsabile di non aver adempiuto alle misure stabilite dal piano della Lega stessa, che comportava anche il ritiro dei militari dalle aree civili. “E’ deplorevole che le autorità siriane non abbiano adempiuto a questo piano, disegnato in un quadro arabo per evitare interventi esterni” ha dichiarato Ahmed bin Heli, il “N.2” della Lega araba. Il 19 novembre Damasco aveva dichiarato di voler chiedere spiegazioni e modifiche alla Lega araba su alcuni punti del piano, fra cui il numero di osservatori (500) che saranno inviati per monitorare la situazione.

Nel frattempo si moltiplicano voci e iniziative. Ieri la Francia, per bocca del suo ministro degli Esteri, Alain Juppé, ha dichiarato che il Consiglio nazionale siriano (Cns) organizzato dall’opposizione “è l’interlocutore legittimo con cui vogliamo lavoare. Lavoriamo con la Lega araba e l’insieme dei nostri alleati a un riconoscimento (del Cns, ndr), ha dichiarato il ministro durante una conferenza stampa con il presidente del Cns, Burhan Ghalioun (nella foto con Juppé).

Allo stesso tempo ha lanciato l’idea di corridoi umanitari, precisando che si tratta di un'ipotesi legata all'autorizzazione del regime di Damasco o a un mandato internazionale. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ha descritto i due scenari che renderebbero praticabile la proposta: "Il primo è che la comunità internazionale, l'Onu, la Lega Araba ottengano l'autorizzazione dal regime per la creazione di corridoi umanitari". Se questo non succede, ha continuato il capo del Quai d'Orsay "dovremmo considerare altre soluzioni”. E comunque nessun intervento umanitario "è possibile senza un mandato internazionale" ha precisato.

Mentre nel Paese continuano gli scontri, il Cns ha chiesto al Free syrian army, cioè ai gruppi armati, formati principalmente da disertori, di limitarsi ad azioni difensive e di non attaccare posizioni e basi dell’esercito regolare. In un clima di grande instabilità, si moltiplicano voci e informazioni. Secondo fonti israeliane, la Turchia starebbe per creare una zona cuscinetto sui confini tale da permettere all’opposizione armata di organizzarsi, anche perché Damasco avrebbe perso il controllo della zona di Idlib, nel nord del Paese. Mentre fonti europee a Washington suggeriscono l’esistenza di un piano per una no-fly zone gestita da turchi e arabi, con il coordinamento strategico degli Stati uniti.

mercoledì 23 novembre 2011

LIBANO Il patriarca maronita : no a spartizioni confessionali del Medio oriente - Asia News

LIBANO Il patriarca maronita : no a spartizioni confessionali del Medio oriente - Asia News

» 23/11/2011 11:05
LIBANO
Il patriarca maronita : no a spartizioni confessionali del Medio oriente
di Fady Noun
Mons. Bechara Raï ha invitato ancora una volta ad accogliere con prudenza la “primavera araba”. Il pericolo di conflitti interconfessionali, della nascita di regimi “ancora più duri” e della spartizione della regione su basi religiose. Mons. Caccia: la riapertura della sinagoga a Beirut una speranza per l’avvenire.

Beirut (AsiaNews) - Il patriarca maronita, mons. Bechara Raï, ha invitato ancora una volta ad accogliere con prudenza la « primavera araba », di cui ha detto di temere la possibilità che conduca “a conflitti interconfessionali, una transizione verso regimi ancora più duri e una spartizione della regione su basi confessionali”. Le osservazioni del Patriarca sono state fatte nel corso di un recente colloquio organizzato all’università del Santo Spirito, collegata all’ordine maronita libanese. Il colloquio si è svolto il 18 novembre alla presenza di alcuni membri del Parlamento europeo, dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, del Parlamento libanese e della Commissione delle Conferenze dei vescovi dell’Unione europea.

Il Patriarca, fra l’altro, ha detto che “…il Sinodo dei vescovi, convocato da sua Santità Benedetto XVI in Assemblea speciale per il Medio oriente dal 10 al 24 ottobre, ha confermato ….che la presenza cristiana in Oriente si capisce in termini di ‘comunione e testimonianza?. Ciò significa che non possiamo pensare al nostro avvenire al di fuori, al margine o contro le società in cui viviamo”. E ha continuato, nel messaggio, espresso in francese: “La comunione è un concetto teologico che significa l’unità nella diversità, che i cristiani sono prima di ogni cosa chiamati a vivere nell’amore in seno alla Chiesa, nell’immagine della santa Comunione trinitaria. Questo dimostra che le basi della nostra presenza in Oriente si trovano iscritte nel cuore della nostra fede, e non sono unicamente legate alle circostanze storiche e materiali di questa presenza o alla nostra propria scelta”.

Il patriarca ha poi spostato il discorso su un livello diverso. “In politica questa comunione si traduce in termini di identità nazionale comune, di cittadinanza e di partecipazione. Siamo di fronte alla sfida dei cambiamenti in corso in alcuni Paesi arabi. Questi sono l’espressione di un risveglio e di un impegno per un’identità nazionale comune; ma noi temiamo che questi cambiamenti possano condurre verso dei conflitti interconfessionali, a una transizione verso regimi più duri ancora e ad una spartizione della regione su basi confessionali. Non ci deve essere che un’identità nazionale condivisa, inclusiva di tutti gli apporti culturali, e che possa assicurare la base di un vivere insieme sereno e fruttuoso. I cristiani, con tutti i loro amici di qui e di altre zone, devono fare fronte a tutti i tentativi di definire i nostri Paesi o le nostre società in termini di identità religiosa. Dobbiamo opporci chiaramente all’islamismo esclusivo dell’identità dei nostri Paesi così come alla ebraicità di Israele. Apprezziamo qui la felice dichiarazione di Al- Azhar del mese di giugno scorso, che conferma che l’islam non afferma nessuna identità religiosa per lo Stato che non deve essere né religioso, né teocratico, ma laico, rispettando i valori religiosi fondamentali”.

Il patriarca ha poi parlato delle sfide lanciate alla testimonianza cristiana, e cioè della sicurezza, delle libertà fondamentali e del riconoscimento della diversità. “Noi sappiamo quanto la sicurezza è fondamentale per ogni vita individuale e collettiva…In questo contesto, vogliamo affermare che la sicurezza è un diritto di ogni cittadino, e che lo Stato deve farsene carico. Non si tratta dunque affatto di una protezione di una minoranza da parte di una maggioranza, ma di un diritto fondamentale comune a tutti, senza distinzione e senza discriminazione alcuna”. Ma fatti recenti hanno gettato un’ombra minacciosa su questo diritto: “Tuttavia, visto l’aspetto di intolleranza religiosa manifestato da certi avvenimenti sanguinosi e dolorosi, ripeto l’invito, già espresso dal vertice islamo-cristiano svoltosi al Patriarcato maronita il 12 maggio scorso, di tutte le autorità superiori musulmane e cristiane del Medio oriente di proclamare un documento storico che rifiuti tutti gli aspetti di guerra di religione e promuova la convivialità alla base della cittadinanza e dei diritti fondamentali dell’uomo”.

Mons. Bechara Rai ha poi aggiunto: “Quanto alle libertà fondamentali soffriamo talvolta di mancanza di sicurezza, e soffriamo egualmente, in qualche Paese della regione, di alcune forme di regime di sicurezza statale o sociale che opprimono le libertà fondamentali di coscienza, di culto o di espressione. Ora la libertà è l’ossigeno del cittadino e del credente, è talmente importante per noi che tutta la storia della Chiesa maronita si caratterizza per una lunga avventura di attaccamento e di difesa della libertà a prezzo di enormi sacrifici”.

“Il sinodo speciale per il Medio oriente ha trattato della questione delle libertà…L’Instrumentum laboris (n.36) distingue fra la libertà di culto e la libertà di coscienza. Le due forme conoscono limiti e ostacoli. La libertà di coscienza, cioè la libertà di credere o di non credere, di praticare una religione in privato o in pubblico, senza alcun ostacolo, e dunque la libertà di cambiare religione è ancora, con l’eccezione del Libano, ben lontana dall’essere garantita nelle nostre società ed è talvolta proibita dalla legislazione. Anche la semplice libertà di culto è talvolta indirettamente ostacolata dalle procedure difficili ed ingiuste per ottenere i permessi per la costruzione di luoghi di culto o per il loro restauro”.

Ma c’è una sfida ulteriore, indicata dal Patriarca maronita. “la terza sfida è quella del riconoscimento della diversità…Confessiamo che non è mai facile per un credente accoglierne un altro, nella sua diversità religiosa, come un elemento positivo nel suo spazio sociale e culturale, così come nel suo spazio interiore. Ora, la storia più che millenaria del vivere comune fra cristiani e musulmani nella regione ci insegna con la via del dialogo di vita che queste differenze irriducibili possono essere superate, e persino trasformate in fonte di arricchimento reciproco. Parlando precisamente di questa realtà, il Beato Giovanni Paolo II ha dichiarato che ‘il Libano è più di un Paese: è un messaggio di libertà e un modello di pluralismo per l’Oriente come per l’Occidente’. In questi tempi di sconvolgimenti e di ricerca della verità, la nostra speranza è di vedere il Libano assumere il suo ruolo di messaggio…Questa responsabilità passa per la lotta contro tutte le forme di fondamentalismo e di fanatismo o xenofobia”.

Il Patriarca ha poi concluso: “Non temiamo per la presenza cristiana in Oriente, perché noi crediamo che questa dipenda più dalla volontà di Dio che dalla nostra scelta. Sappiamo anche che lo scenario di un mondo arabo senza i cristiani sarebbe uno scenario catastrofico per l’Oriente e per l’Occidente. Perché questa sarebbe la fine dell’essere arabi come cultura plurale ed essa sarebbe inghiottita dalla cultura religiosa dell’islam. Né l’islam né l’Europa potrebbero sopportare una tale situazione”.

Al colloquio ha partecipato anche il Nunzio apostolico in Libano, mons. Gabriele Caccia, che ha confermato questa vocazione all’unità nella diversità del Libano, affermando: “Il Libano è un Paese piccolo, ma lo si può paragonare a un laboratorio. Il mondo diventa sempre più multiculturale, multietnico e multi confessionale. L’esperienza del Paese dei cedri ci consola e ci rinforza, perché dimostra che un mondo dove è rispettata la dignità umana, per le diverse tradizione culturali e che si basa sulla libertà religiosa e la libertà di coscienza non è solamente un sogno da augurarsi, ma una realtà possibile e in parte già realizzata”. E’ in questo senso che si può capire il restauro della sinagoga nel centro di Beirut come un segno eloquente di una speranza per un avvenire infine pacificato”.

CINA Pechino, cala il settore manifatturiero e rallenta l’economia - Asia News

CINA Pechino, cala il settore manifatturiero e rallenta l’economia - Asia News

» 23/11/2011 13:54
CINA
Pechino, cala il settore manifatturiero e rallenta l’economia
La Cina guarda con preoccupazione alla crisi del debito europeo e alla contrazione del mercato americano. Previsto un calo anche della produzione industriale.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – L’attività manifatturiera in Cina nel mese di novembre ha registrato il suo più grande calo dal marzo 2009: l’indice dei responsabili degli acquisti Pmi calcolato da Hsbc ha raggiunto quota 48 in novembre, contro il 51 di ottobre. Un dato superiore a 50 indica un’espansione dell'attività manifatturiera, una cifra inferiore a 50 una contrazione. Il dato di novembre sarà rivisto il primo dicembre, quando l’indice definitivo sarà pubblicato da Hsbc.

La società di analisi mette nei suo sondaggio il parere dei responsabili agli acquisti di 420 aziende di produzione in Cina. Secondo i suoi esperti, gli esportatori cinesi risentono gli effetti della crisi del debito in Europa (il più grande mercato di esportazione) e di una difficile situazione economica negli Stati Uniti. Tuttavia, aggiungono altri analisti, si sta verificando anche una contrazione voluta dal governo cinese che teme lo scoppio di una bolla immobiliare e la conseguente inflazione.

L’indice Pmi conferma e rafforza quanto detto pochi giorni fa dal vicepremier Wang Qishan, responsabile della finanza, che ha previsto una recessione prolungata dell’economia mondiale e sottolineato la dipendenza della Cina nei confronti delle esportazioni. Il declino nel Pmi “implica che la crescita della produzione industriale dovrebbe scendere all’11 o al 12 % annuo nei prossimi mesi”, ha detto in una nota di analisi Qu Hongbin, economista per la Cina di Hsbc. In ottobre la produzione industriale è aumentata del 13,2% su base annua e del 13,8% a settembre.

“La domanda interna rallenta e la domanda esterna dovrebbe indebolirsi”, ha detto Qu. Nel mese di ottobre, le esportazioni cinesi verso l'Unione europea sono scese a 28,74 miliardi di dollari contro 31,61 miliardi nel mese di settembre, mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti sono scese a 28,6 miliardi contro i 30,11 miliardi di dollari in settembre. La contrazione del commercio estero della Cina si inserisce in un contesto di rallentamento della crescita nella seconda economia del mondo, che passa dal 10,4% dell'anno scorso al 9,7% nel primo trimestre, al 9,5% nel secondo e al 9,1% nel terzo.

EGITTO Egitto: mille partiti per le prime elezioni, forse, libere - Asia News

EGITTO Egitto: mille partiti per le prime elezioni, forse, libere - Asia News

» 23/11/2011 11:47
EGITTO
Egitto: mille partiti per le prime elezioni, forse, libere
di André Azzam
In piazza Tahrir migliaia di giovani continuano la protesta contro il Consiglio supremo dei militari. Ieri il generale Tantawi ha accettato le dimissioni del governo Sharaf, ma non ha intenzione di abbandonare il potere. L’esperto egiziano André Azzam analizza la difficile situazione pre- elettorale in un Paese che non ha mai avuto vere elezioni. Lo spettro di una vittoria dei partiti islamici e le paure dei cristiani copti. Un morto ad Alessandria.

Il Cairo (AsiaNews) – Migliaia di persone continuano a presidiare piazza Tahrir, nonostante l’annuncio del capo del Consiglio supremo dei militari, per un rapido passaggio di consegne a un governo civile. Ieri sera, il generale Mohamed Hussein Tantawi ha accettato le dimissioni del governo Sharaf e promesso elezioni presidenziali entro luglio. Tuttavia molti manifestanti sono scettici e si dicono pronti ad occupare piazza Tahrir a oltranza se il Consiglio supremo non verrà sciolto. Tantawi però non ha alcuna intenzione di lasciare il potere. Egli si è detto “disponibile ad ascoltare la volontà del popolo sulla continuità dei militari alla guida del Paese, anche se questa volontà fosse espressa in forma referendaria”. Intanto, questa mattina sono avvenuti nuovi scontri fra esercito e manifestanti, con diversi feriti e un morto ad Alessandria.

A pochi giorni dalle elezioni del 28 novembre, la situazione dell’Egitto è sempre più incerta e confusa. I cristiani temono una vittoria delle forze islamiste, Fratelli musulmani e salafiti, che grazie all’organizzazione e alla disponibilità di fondi stanno acquistando il favore della popolazione, soprattutto rurale. I partiti democratici patiscono la divisione e l’assenza di un leader. Le prime elezioni del dopo Mubarak sono inoltre segnate dall’ambiguità fra religione e Stato, tipica dei Paesi musulmani. In questi giorni gli imam hanno lanciato diverse fatwa per invitare gli elettori a non votare i candidati cristiani e gli ex del regime di Mubarak.

Ecco l’analisi della situazione offertaci dall’esperto egiziano André Azzam.

Molte voci si levano per chiedere di posporre le elezioni, ma il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf) che è al potere sin dalla caduta del presidente Mubarak afferma che le elezioni si terranno come stabilito. Altre voci fanno capire che la violenza della polizia è diretta a far rimandare le elezioni a un periodo successivo. Fino ad ora il Consiglio ha dichiarato che le elezioni verranno condotte nei tempi prefissati.

In effetti le elezioni parlamentari devono partire con una prima fase al Cairo, Alessandria, Damietta, Kafr al-Shaykh (nel Delta), Port Said, Fayyoum, Assiut, Luxor e il Mar Rosso il 28 novembre, e si estenderanno in quattro fasi successive – ciascuna seguita da un secondo turno una settimana più tardi – fino alla metà di gennaio. Poi ci saranno le elezioni per il Consiglio consultivo (equivalente al Senato) che avverranno in febbraio e marzo. Le due Camere poi formeranno una commissione costituzionale speciale per elaborare una nuova Costituzione per la seconda repubblica dell’Egitto.

Tutti attendono questa nuova cruciale esperienza nelle elezioni che disegneranno la futura forma del Paese, sperando che un voto realmente democratico permetterà ai civili di farsi carico dello Stato e delle responsabilità della nazione.

Un quadro ampio di partiti politici stanno lottando per conquistare la fetta più ampia dell’elettorato, e un peso maggiore sulla futura Costituzione. I partiti religiosi islamici tendono chiaramente a imporre il loro concetto di un Paese islamico. Godono di una buona organizzazione e di ampi fondi per coprire le loro spese notevoli. Ecco perché gli osservatori, e fonti bene informate pensano che usciranno dai seggi circa con il 40 per cento delle preferenze, e quindi una maggioranza relativa rispetto agli altri partiti.

Questi partiti religiosi islamici sono divisi principalmente fra i Fratelli musulmani, che hanno creato il partito “Libertà e giustizia”, e i Salafiti, che chiedono un ritorno alle origini dell’islam, e hanno creato i partiti “An-Nour” (Luce) e “Al-Asala” (l’Origine genuina), e anche “Al-Fadila” (la Virtù).
Sia l’una che l’altra tendenza rigettano completamente l’idea di una società laica. Hanno fatto forti pressioni per modificare il testo del “Documento per i principi costituzionali” elaborato dall’attuale governo e sono riusciti a rimpiazzare il termine “società civile”, che per loro è analogo all’idea di laicità, con quello di “società democratica”. In effetti l’espressione “società civile” era usata per contrastare il concetto di “regime militare”.
I Fratelli musulmani sono piuttosto moderati, a paragone delle tendenze salafite che dicharano apertamente che i cristiani non dovrebbero partecipate a nessuna votazione, né dovrebbero essere ammessi al servizio militare, e dovrebbero pagare la tassa di “capitazione”, o “jizia” imposta ai non musulmani nelle società islamiche. Hanno persino dichiarato che tutte le statue del passato dovrebbero essere coperte o distrutte e di recente uno dei loro membri ha espresso il desiderio di distruggere la Biblioteca di Alessandria e di rimpiazzarla con una enorme moschea. Le donne salafite candidate mettono una rosa al posto della loro fotografia e i giornali le prendono in giro, affermando che “ci chiedono di votare per dei vegetali”.

D’altra parte solo 120 candidati cristiani sono entrati nelle liste elettorali, e rappresentano un numero infinitesimale di candidati, a fronte delle molte migliaia di nomi che lotteranno per essere eletti. La maggior parte di essi sono nella lista “al Kotla al masryia”, (il Blocco egiziano) che raggruppa il Partito liberale egiziano creato dall’uomo di affari cristiano Naguib Sawires; il “Tagammo” (l’Incontro) partito di sinistra, e il Partito democratico egiziano.

Di fronte a questo gruppo, la lista di Alleanza democratica formata dal partito Giustizia e libertà, che rappresenta il volto politico dei Fratelli musulmani, il Partito nasseriano Dignità, e il Ghad (il Giorno seguente) contano solo tre candidati copti. Il Wafd presenta nelle sue liste 22 cadindati copti, mentre il partito Riforma e sviluppo, fondato dall’uomo di affari cristiano Rami Lakah presenta tre candidati copti, e il Partito centrista ne presenta due.

Fra i candidati cristiani ci sono Rami Lakah, l’attivista George Is-hâ, confondatore del movimento Kefaya, il ricercatore politico Emad Gad, il capo del Partito Dignità Amin Iskandar, di sinistra, Ihab al Kharrat, l’avvocato Ihab Ramzi e Mamdouh Nakhla.
I diversi partiti liberali contano principalmente sul tradizionale e vecchio partito Wafd, che presenta candidati in tutte le circoscrizioni, sul partito Liberale egiziano; è presente in 46 circoscrizioni grazie al Blocco egiziano. C’è anche il partito Egitto libertà, fondato da Amar Hamzawy con soli 18 candidati. Il partito del Fronte democratico è in corsa con 133 candidati. Tutti questi partiti liberali mancano di forti caratteristiche popolari e di una base di sostegno politico, ma sono sostenuti da uomini di affari liberali e dai copti che temono che gli islamici si assicurino la maggioranza dei suffragi.

Ci sono anche partiti socialisti, come il vecchio “Tagammo”, che si presenta con il Blocco egiziano, e poi partiti di sinistra di nuova creazione come il Partito comunista, all’estrema sinistra del ventaglio politico, o il partito dell’Armonia nazionale. Oltre ad essi, troviamo partiti nasseriani come il partito Nasseriano, il partito Dignità, alleati al Libertà e giustizia dei Fratelli musulmani, e il partito Nasseriano arabo , come il partito Socialista popolare. Le ciance di successo per tutti questi partiti piccoli sono piuttosto limitate a causa del loro scarso peso politico, a dispetto dei loro discorsi e delle idee che cercano di attrarre le categorie più povere della popolazione. Mancano anche di figure carismatiche, che abbiano un impatto sull’opinione pubblica, ad eccezione del ben noto Hamdeen al Sabahy, fondatore del partito Dignità.

Tutti i partiti hanno cercato di usare ogni possibile mezzo, legale e non, per screditare i rivali. Nella competizione, molte fatwa sono state emesse e usate come armi. Per esempio, il segretario Generale della propaganda islamica ad Al Azhar ha emesso una fatwa che proibiva di eleggere tutti i membri precedenti del partito Democratico nazionale di Mubarak candidati alle prossime elezioni. Egli ha fatto anche di più: ha proibito dallo stringere legami coniugali con loro, perché, ha detto, non sono stati onesti con la loro patria. Uno sceicco salafita ha emesso una fatwa che proibisce di votare a “favore dei laici, dei liberali e dei copti”, affermando che sarebbe un peccato e un tradimento.

Alcune associazioni copte pensano che i cristiani dovrebbero boicottare le elezioni, perché temono un complotto fra lo Scaf e i movimenti fondamentalisti islamici per tenere i copti lontani dalle elezioni. Questo sentimento è cresciuto dopo gli incidenti di Maspero, del 9 ottobre, quando 26 cristiani sono stati uccisi. In effetti, Ramy Kamel, segretario generale della federazione giovanile Maspero dichiara che “i giovani copti considerano i recenti incidenti confessionali come un chiaro messaggio che afferma che non c’è nessuno spazio per loro nella prossima fase dell’Egitto”.

I copti hanno certamente sperimentato delusione, soprattutto quando questi eventi hanno fatto seguito a numerosi incontri organizzati su tutto il territorio per convincere i cristiani a partecipare alle elezioni invece di tenere un’attitudine negativa come prima. La Chiesa e i leader cristiani agiscono ancora con vigore per persuadere le masse cristiane a partecipare totalmente alle elezioni. Di recente un’agenzia statistica copta ha pubblicato uno studio rigoroso sul numero dei cristiani in Egitto basandosi su un censimento delle migliaia di chiese che appartengono alla Chiesa copta ortodossa, così come alla Chiesa cattolica e alle diverse Chiese protestanti. Questo studio afferma che la popolazione cristiana dell’Egitto raggiunge la cifra di 17 milioni e centomila unità. Molti altri specialisti sostengono che il numero non è importante dal momento che tutti gli egiziani sono eguali nei loro diritti democratici, nella responsabilità politica, dignità umana e libertà. D’altro canto, molti fondamentalisti e i movimenti radicali agiscono come se volessero mettere da parte i cristiani, specialmente dopo che tutti i tentativi di un dialogo positivo fra i copti e i Fratelli musulmani è fallito.

Un professore di sociologia all’università del Cairo spiega che l’elettore egiziano in realtà non ha mai partecipato realmente alle elezioni scegliendo. Secondo lui, il 30 per cento dei votanti si presentavano alle urne perché erano pagati. A volte gli elettori hanno visto che i loro nomi erano stati utilizzati nei seggi prima del voto. Uno specialista in psicologia dell’università islamica Al Azhar conferma questa situazione e spiega che il votante egiziano sarebbe spinto in genere dalle sue emozioni, e dalla sua appartenenza religiosa o tribale.
Molti esperti politici trovano che la nuova distribuzione delle circoscrizioni – non basata sulla densità geografica o demografica – fatta di recente dallo Scaf riduce le eguali opportunità fra le diverse categorie, e in particolare per le donne, i copti, e i giovani di ottenere un seggio in Parlamento. Il sistema duplice di liste proporzionali e di candidati individuali così come il posto preminente dato a contadini e lavoratori non aiuta le forze tradizionali, i relitti del regime precedente e i ricchi.

A pochi giorni dalle elezioni, la situazione è preoccupante e nessuno può prevedere i suoi sviluppi, specialmente mentre i manifestanti si confrontano con il regime dello Scaf, e le forze di sicurezza con il loro comportamento sembrano dimostrare che niente è cambiato dal gennaio scorso e l’Egitto è ancora sulla linea di partenza.

COREA Yeonpyeong, Seoul annuncia esercitazioni di massa contro il Nord - Asia News

COREA Yeonpyeong, Seoul annuncia esercitazioni di massa contro il Nord - Asia News

» 22/11/2011 12:19
COREA
Yeonpyeong, Seoul annuncia esercitazioni di massa contro il Nord
di Joseph Yun Li-sun
A un anno dal bombardamento dell’isolotto sudcoreano, in cui morirono 4 persone a opera del regime nordcoreano, il governo del Sud prepara una massiccia dimostrazione di forza nell’area contestata.

Seoul (AsiaNews) – A un anno dal bombardamento dell’isolotto sudcoreano di Yeonpyeong ad opera dell’esercito del Nord, Seoul ha annunciato una massiccia esercitazione terrestre, navale e aerea proprio sull’area del confine fra le due Coree. Un modo, spiega una fonte del Sud, “per evitare che Pyongyang ci riprovi, o pensi che abbiamo dimenticato”. Le esercitazioni si svolgeranno per tutta la giornata di domani.

Il 23 novembre del 2011, circa 170 razzi partiti da una postazione navale nordcoreana hanno colpito la piccola isola che si trova sul confine marittimo fra Seoul e Pyongyang. Il regime stalinista non riconosce questo tratto, disegnato in maniera unilaterale dopo la Guerra di Corea: nel bombardamento morirono due militari e due civili, scatenando il panico per un nuovo conflitto a tutto campo. Le esercitazioni mirano a riprodurre una risposta a un nuovo bombardamento.

Nel frattempo, però, la popolazione dell’isola continua a soffrire dei traumi provocati da quell’aggressione. Una residente di 68 anni, identificata soltanto come “G”, dice: “Ogni volta che sento un rumore molto forte, mi torna tutto in mente. Sono nervosa e non riesco a dormire”. Un altro residente dice: “Alcuni fra i più anziani se ne sono andati sulla terraferma: hanno paura delle esercitazioni militari, torneranno soltanto alla fine di tutto”.

(Ha collaborato Theresa Kim Hwa-young)

ASIA Banca Mondiale: Le economie dell’Asia in leggero calo per la crisi in Europa - Asia News

ASIA Banca Mondiale: Le economie dell’Asia in leggero calo per la crisi in Europa - Asia News

Banca Mondiale: Le economie dell’Asia in leggero calo per la crisi in Europa
La crescita per il 2012 sarà del 7,8 (dall’8,2 nel 2011). Per la Cina, dal 9,1 di quest’anno all’8,4% nel prossimo anno. Scende la domanda dall’estero, si riducono i prestiti dalle banche internazionali. L’East Asia invitata a puntare sulla domanda interna o regionale. In Cina i primi segni della bolla immobiliare.

Tokyo (AsiaNews/Agenzie) – La crescita delle economie asiatiche si sta abbassando a causa della diminuzione della domanda proveniente da Europa e Stati Uniti. Secondo un rapporto presentato ieri dalla Banca mondiale (Bm), la regione est dell’Asia crescerà dell’8,2% quest’anno e nel 2012 del 7,8%. Le previsioni sembrano abbastanza ottimiste anche per la Cina, per la quale la Bm prevede un “atterraggio senza scosse (soft landing)”, pur essendo provata dalla minore domanda e da una bolla immobiliare.

I dati sono pubblicati in occasione del semestrale rapporto sulla crescita dei Paesi in via di sviluppo dell’East Asia (esclusi Giappone, Hong Kong, Taiwan, Corea del Sud, Singapore, India). Bert Hofman, capo economista della World Bank nella regione, ha sottolineato che oltre alla riduzione della domanda da parte di Europa e Usa, vi sono altri elementi che influenzano in negativo la crescita dell’East Asia: i disastri naturali, come le alluvioni in Thailandia, che hanno fatto rivedere al ribasso le previsioni di crescita; i minori capitali disponibili per i prestiti, dovuti alle necessità per le banche estere di incrementare il capitale.

In particolare, la Malaysia potrebbe soffrire se le banche europee decidono di ridurre i crediti. Kuala Lumpur ha prestiti europei per il 25% del suo Pil.

Il consiglio della Bm alle economie emergenti è di offrire stimoli fiscali e dirigere gli sforzi verso il mercato interno e regionale.

Per la Cina, la Bm prevede una crescita dell’8,4% nel 2012, in ribasso rispetto al 9,1 di quest’anno. Ma tutte le previsioni dell’organismo per il gigante cinese sono rassicuranti: cresce la domanda interna; le banche possono sostenere diversi shock; perfino una bolla immobiliare può essere dominata con stimoli fiscali e una normalizzazione della politica monetaria.

Ma la notizie dalla Cina non sono rassicuranti. Secondo analisti, nei prossimi 6-9 mesi la maggior parte delle proprietà immobiliari della Cina scenderanno del 15-30%, proprio a causa di una stretta del governo sui prestiti verso imprenditori e consumatori.

Secondo la Xinhua, la scorsa settimana, un gran numero di aste per terreni a Jinan, Nanjing e Chengdu hanno visto interi lotti rimasti invenduti a venduti al prezzo minimo. Molti piccoli e medi imprenditori, strozzati dalla riduzione del credito vanno in bancarotta o fuggono all’estero, portandosi dietro guadagni e stipendi dei loro operai. Il governo è pronto a mantenere la stretta creditizia anche fino a che vi sono riduzioni del 50% degli immobili.

sabato 19 novembre 2011

I timori di bancarotta non debbono influenzare la strategia monetaria di Andy Xie

A chi conviene tutto ciò ora?

 

I timori di bancarotta non debbono influenzare la strategia monetaria.

Di Andy Xie

La ristrutturazione economica cinese è appena incominciata. Molte società ora debbono fare fronte a problemi di liquidità. La pressione può crescere ulteriormente nelle prossime settimane. Molti chiederanno una politica monetaria più rilassata sotto gli apparenti motivi che la bancarotta di alcune società porterà a nuovi picchi nella disoccupazione e nel disordine sociale.

Al momento attuale la Cina soffre di una carenza strutturale di lavoro, durante il processo di ristrutturazione economica, è inevitabile che alcune società falliranno. Comunque la disoccupazione dovuta alle bancarotte sarà probabilmente assorbita nei prossimi mesi. Abbandonare i controlli ora a causa della pressione dell'opinione pubblica probabilmente causerà problemi ancora maggiori causati dall'inflazione e dalla bolla immobiliare.

Lasciamo che gli aggiustamenti seguano il loro corso

Il mercato immobiliare è già stato influenzato da precedenti politiche monetarie restrittive.Alcune società immobiliari hanno cercato di aumentare le vendite riducendo i prezzi. Questo è un buon segno. Dal momento che la Cina sta vivendo una bolla immobiliare, adeguamenti dei prezzi sono necessari per mantenere il mercato solvibile.

Sentendosi frenati, molti imprenditori immobiliari stanno lottando per mantenere viva la bolla attraverso "prestiti-ombra" al di fuori del sistema bancario. Nel frattempo, contano sul mercato per recuperare da questo giro di vite e permettersi di continuare secondo quello che prima era lo status quo.

L'espansione economica della Cina ha rallentato nel terzo trimestre dell'anno, dal momento che le misure del governo per controllare l'inflazione hanno danneggiato la crescita. Con queste nuove politiche, un modesto rallentamento economico è inevitabile, ed è normale che alcune imprese possano finire in bancarotta come risultato. L'eliminazione delle imprese che sono meno competitive sarà un bene per lo sviluppo economico del paese nel lungo periodo.

Il governo non dovrebbe usare i soldi dei contribuenti 'per salvare gli speculatori sconsiderati. Gli imprenditori immobiliari dovrebbero salvarsi tagliando i prezzi delle case al fine di aumentare le vendite.

Ridurre l'impatto dei fallimenti

Quello che sta succedendo a Wenzhou deve ancora accadere in molti luoghi nel resto del paese. Fino a quando i governi locali e banche trasferiscono i beni materiali delle imprese in fallimento ad altre società che sono in grado di operare bene, l'impatto dei fallimenti sull'economia reale dovrebbe essere molto limitato.

I governi locali devono proteggere gli interessi dei creditori. Non dovrebbero collaborare con le aziende inadempienti e forzare le banche e altri creditori a sopportare le perdite in nome del mantenimento della stabilità sociale. Non dovrebbero permettere imprenditori falliti di conservare il loro patrimonio. Altrimenti questo sarà un precedente negativo per gli altri di fronte alla stessa situazione. A lungo termine, il riadeguamento strutturale aiuterà le imprese inefficienti a migliorare le loro capacità nel fare profitti.

L'integrazione porta a forza

Il sistema attuale fa troppo affidamento su una politica monetaria allentata per mantenere il suo slancio. Inoltre, la sovraccapacità ha mantenuto i profitti delle aziende ad un livello molto marginale. Così, a corto di liquidi aziende non hanno altra scelta che prendere in prestito denaro in nome di nuovi investimenti per rimanere a galla.

Le banche e i governi locali devono aiutare il settore immobiliare ad adattarsi ai cambiamenti politici. Essi non dovrebbero continuare a concedere credito alle aziende inadempienti al fine di mantenerle a galla. L'unico risultato di ciò sarà solo allungare il periodo di adeguamento economico. L'approccio corretto è quello di aiutare gli imprenditori sopravvissuti a prendere in consegna la società non redditizie. La Cina non ha bisogno di 20,000 imprenditori immobiliari; 2000 sono più che sufficienti.

Come il settore immobiliare, l'industria siderurgica della Cina è frammentata dal protezionismo locale. Questa perturbazione mina la capacità della Cina di contrattare con le tre grandi giganti minerarii del ferro. In realtà, la concorrenza feroce tra i produttori di acciaio cinese è uno dei fattori importanti per l'aumento dei prezzi del minerale di ferro. Con la crisi attuale dell'industria siderurgica della Cina, i governi locali non dovrebbero interferire con l'integrazione del settore.

Molte persone, soprattutto funzionari di governo locale, gli imprenditori e gruppi di interesse, hanno sottolineato gli effetti negativi dell' esplosione di una potenziale bolla immobiliare sull'occupazione, l'industria e le entrate fiscali. Tuttavia, alcune preoccupazioni a breve termine a livello locale dovranno essere sacrificate sull'altare della salute a lungo termine delle finanze pubbliche, della crescita e la stabilità del paese.

Nelle prossime settimane, ci saranno più notizie negative sull'economia cinese. Come tale, la pressione per facilitare le politiche monetarie potrà anche essere aumentata. Se il governo continua a salvare gli speculatori e gli sprechi, il problema inflazione in Cina diventerà ancora più grave.

L'autore è un membro del consiglio di Rosetta Stone Limited Advisors.

Articolo Originale

martedì 15 novembre 2011

Qui si fa l'Europa o si muore di Alberto Rossi ("il Caffè Geopolitico")

Rimando questo editoriale da "il Caffè Geopolitico"
> Editoriale
Qui si fa l'Europa o si muore
Europa, 03/11/2011

L'Europa è giunta al momento di decidere cosa vuol fare da grande. Innanzitutto, deve decidere se vuole diventare grande, o accontentarsi di rimanere una grande area di libero scambio e poco più, un insieme di Stati che per mantenere le proprie prerogative non creano altro che una piccola unione sempre più alla periferia del mondo. Ecco i punti cruciali del cammino dell'Europa, chiamata rapidamente a una grande svolta se non vuole rischiare di auto-condannarsi a scenari tutt'altro che positivi

INDOVINA CHI VIENE A CENA - Ieri sera si sono ritrovati a tavola Georges Papandreou - il premier greco deciso con una mossa kamikaze a mettere ai voti tramite referendum gli aiuti europei alla Grecia - assieme ad Angela Merkel e il suo fedele scudiero Sarkozy, oltre che agli esponenti istituzionali dell’Unione Europea Josè Manuel Barroso e Herman Van Rompuy e Christine Lagarde (Fondo Monetario Internazionale). Più che una cena, una commissione d’esame. Oggi si replica con Italia e Spagna sedute al posto dell’esaminando. Sono ore cruciali per il futuro dell’Europa. Tutte le incognite, in realtà, stanno all’interno di questa affermazione. Quale futuro, e per quale Europa? In attesa di conoscere gli eventi in queste ore, ci pare opportuno fare il punto su alcune questioni semplicissime, che vanno però sottolineate. Senza pretese di analisi esaustive in poche decine di righe, tralasciando aspetti legati alla cronaca su aiuti, modalità di affrontare la crisi e quant’altro, vogliamo qui considerare alcune questioni basilari e cruciali dello stato di salute dell'Unione Europea.



L'OTTAVO NANO - L’Europa di oggi… che cos’è? La definizione dell’Europa “gigante economico, ma nano politico e ancor più militare” ricalca bene il senso di impotenza che si percepisce nelle ultime settimane. L’allargamento dell’Unione, sino ad arrivare ad una Europa dei 27, ha trasformato l’Unione Europea in una grande area di libero scambio, e poco più, senza integrazioni più profonde sul piano politico. E senza una volontà di andare oltre, attualmente tutt'altro che percepita, si tradisce – e lo si sta facendo – lo spirito dei padri fondatori dell’Europa unita.



IN EUROPA CON UN PIEDE SOLO - Al di là di questo, il punto chiave è che gli Stati europei si sono resi disponibili a cedere delle quote di sovranità solo fino ad un certo punto. Nel momento in cui serviva fare lo scatto decisivo, quello capace di costituire veramente un'Unione forte e protagonista nello scenario mondiale, è mancato il coraggio del passo in più, della visione di lungo periodo. Senza arrivare allo scenario “estremo” degli Stati Uniti d'Europa, è però evidente come nel momento in cui sono nate occasioni per far crescere davvero l'Europa (e questa crisi nascondeva in sé una di queste occasioni), chi doveva lanciarsi in avanti è tornato a preservare in ogni modo le sue prerogative nazionali. Facciamo degli esempi concreti.



IL PROBLEMA "MERKOZY" - Un'Europa commissariata dalla premiata ditta Merkel-Sarkozy a noi non piace. E non certo perchè non piaccia a noi italiani che ci siano dei francesi o dei tedeschi che ci dicano cosa fare. Non è questione di nazionalità, è che questa non è Europa. Le istituzioni europee, in una delle fasi cruciali della storia dell'Unione, sono in secondo piano rispetto al ruolo di due degli Stati più forti dell'Europa (senza contare che sull'effettiva forza della Francia bisognerebbe discutere a lungo). E questo di certo non fa bene al cammino dell'Europa unita. C'è da dire inoltre che questa situazione è anche figlia della decisione di nominare un “funzionariotto” sconosciuto ai più come Van Rompuy, livello di personalità pari allo zero, a Presidente del Consiglio Europeo (per non parlare del fallimento del progetto di una politca estera europea in comune impersonificato da Lady Catherine Ashton). Tanto per fare il nome di un candidato del tempo ben più autorevole, piaccia o no il personaggio è indubbio che con una figura carismatica come Blair al posto di Van Rompuy avremmo in questo momento una modalità di governance europea completamente diversa. Ma nel momento in cui occorreva per la prima volta scegliere un leader realmente europeo, gli Stati hanno scelto di non dare un leader all'Europa, in un'ottica di conservazione massima delle proprie prerogative. Complimenti per la lungimiranza.

(AB)BATTERE MONETA - Capitolo euro. Siamo alle solite. Senza affrontare grandi questioni economico-finanziarie, la questione cruciale è che si è creata un'unione monetaria senza una politica economica comune, e scendendo nel dettaglio senza una politica fiscale e di bilancio comune, e senza che la BCE abbia poteri lontanamente paragonabili a quelli della Federal Reserve americana. Una zoppìa, per dirla con un espressione cara a Carlo Azeglio Ciampi, che non si poteva non pagare nel tempo. Ancora una volta, ci si è fermati a metà. Ci si è messi in gioco solo fino ad un certo punto. E così la scelta storica della moneta unica, reale momento di cessione di sovranità, senza passaggi ulteriori sembra fatta quasi controvoglia. Va bene l'euro, passi la moneta unica, ma non sia mai che metto in gioco la mia politica fiscale. E allora, di strada così se ne fa pochina, e l'euro diviene uno strumento, seppur eccezionale, destinato sin dalla nascita ad incontrare tremende difficoltà.

E gli esempi potrebbero proseguire, basti pensare alla lotta che da anni la Germania intraprende per ottenere un seggio permanente all'Onu, osteggiata dalla Francia. Detta in maniera brutale: cosa se ne fanno? Anche qualora la Germania lo ottenesse, cosa succederebbe? Davvero crediamo che in questa fase storica Germania, Francia e Gran Bretagna siano tra i sei Paesi più potenti al mondo, per il fatto di essere membri permanenti del Consiglio di Sicurezza Onu? Non avrebbe maggior senso oggi un unico seggio permanente all'Ue, anche a costo di una faticosa rinuncia del proprio seggio ottenuto sessant'anni fa in un mondo completamente diverso? La visione di lungo periodo purtroppo si scontra con la conservazione di privilegi ormai anacronistici.



AUT AUT - Insomma, noi europei dobbiamo ricominciare a guardare la cartina del mondo. Chi ci crediamo di essere, a fine 2011? Guardiamo i fatti: siamo l'appendice dell'Asia. I più grandi paesi europei producono Pil inferiori a diverse province cinesi ai più sconosciute. L'Europa del ventunesimo secolo o è unita o non è. Se adesso ci leghiamo a vetusti e puerili egoismi nazionalisti e conservativi, la pena sarà quella di vivere de facto entro pochi decenni non al centro del mondo, come ancora adesso erroneamente rappresentiamo, ma all'estrema periferia.



DUE VELOCITA' - Non siamo certo qui a proporre lezioni su come risolvere tutto questo. Solo vorremmo rivedere quello spirito europeo originario, che sulle macerie di una guerra disastrosa riuscì nell'intento di creare un'Europa non solo capace di rimanere in pace per sessant'anni, caso praticamente unico nella sua storia, ma anche in grado di costituire un'unità di intenti, visioni e programmi assolutamente impensabili solo dieci-quindici anni prima. In concreto, è utopistico ipotizzare che un'Europa a ventisette marci compatta verso un cammino di maggiore unità. È però ora forse di riprendere quel cammino di Europa a due velocità, invocato da tanti europeisti convinti ormai da anni, che veda i primi fondatori con pochi altri camminare verso un'integrazione più profonda, non solo economica, ma anche col tempo politica. Guardando al lungo periodo, grandi alternative non ce ne sono. Qui o si fa l'Europa o si muore. Occorre il coraggio dei grandi statisti, occorre trasformare la crisi in opportunità.


TROVARE IL MODO DI GARANTIRE - L'alternativa estrema, quasi apocalittica, non è solo scenario degli euroscettici. Qualche giorno fa la Merkel ha parlato di aiuti, provvedimenti, condizioni da rispettare, e tutti i media hanno riportato fedelmente dati e aggiornamenti. In mezzo, quasi come inciso, l'unica espressione che davvero doveva fermare tutti quanti a riflettere. “Nessuno può considerare garantiti altri 50 anni di pace in Europa”. Non stiamo certo dicendo che ipotizziamo conflitti all'interno dell'Europa da qui a cinquant'anni, sarebbe una fanta-geopolitica da quattro soldi. La provocazione però vuole porre attenzione sulla necessità di guardare tutti quanti al di là del proprio naso, pensare al lungo periodo, e ipotizzare scenari che creino una vera Unione Europea, e non solo di facciata, per non mettere neanche minimamente in dubbio di poter garantire altri cinquant'anni così. Se non vogliamo farlo, accomodiamoci, ma le cose andranno sempre peggio, non solo da un punto di vista economico-finanziario. E i libri di storia un giorno racconteranno di quelle ore in cui le opportunità della crisi non sono state colte, e per mantenere prerogative da prima metà del ventesimo secolo, l'Europa ha scavato la fossa al suo ventunesimo, decidendo di suicidarsi invece che rinforzarsi.



Alberto Rossi
redazione@ilcaffegeopolitico.net
http://www.ilcaffegeopolitico.net/central_content.asp?pID=908

lunedì 14 novembre 2011

ALTRO CHE CRISI....

Altro che crisi, tutte le potenze della Terra si stanno avviando verso una nuova corsa al riarmo

By Edoardo Capuano - Posted on 06 novembre 2011

Clicca per ingrandireRapporto di un'agenzia britannica: gli Usa spenderanno 700 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni. Corsa al riarmo di tutte le potenze atomiche del pianeta

Nonostante la retorica sul disarmo (sbandierata un po' da tutti in occasione del rinnovo dei trattati internazionali), la crisi economica globale e i conseguenti tagli ai bilanci statali, le potenze nucleari del mondo si stanno avviando verso una nuova era di armi atomiche. Gli Stati Uniti investiranno nei prossimi dieci anni 700 miliardi di dollari nell'industria nucleare; la Russia spenderà almeno 70 miliardi di dollari solo in sistemi di lancio; Cina, India, Francia, Israele e Pakistan, stanzieranno cifre record per sviluppare i sistemi missilistici tattici e strategici.

Le previsioni sono contenute nel rapporto della britannica Basic (British American Security Commission), istituto che redige studi e documenti composto, tra gli altri, dall'ex segretario della Difesa britannico Malcom Rifkind, dal portavoce dell'attuale ministro della Difesa Menzies Campbell e dall'ex ministro della Difesa Lord Browne. “Beyond the United Kingdom: Trends in the Other Nuclear Armed States” è una review dello stato dell'arte nel campo degli armamenti nucleari che esamina il quadro tecnologico del futuro.

Emerge dalla ricerca che Pakistan e India si stanno orientando su testate nucleari più piccole e leggere, da poter essere utilizzate su brevi distanze per usi tattici o 'non strategici'. Nel caso di Israele, invece, la taglia dei missili cruise montati sulla flotta di sottomarini è stata aumentata negli anni, e il Paese sembra essere indirizzato - sulla scorta del proprio programma di un sistema di lancio missilistico - allo sviluppo di un missile balistico intercontinentale.

Testate nucleari Per ciascuno degli attori, la nuova corsa al riarmo nucleare sembra essere motivata dalla vulnerabilità percepita di fronte ai nuovi sviluppi nucleari e convenzionali altrove, in un devastante effetto-domino. Ad esempio - si legge nel rapporto - la Russia è preoccupata per i programmi statunitensi chiamati 'Conventional Prompt Global Strike'; così anche la Cina, che analogamente teme gli Usa ma anche l'India, mentre quest'ultima struttura la propria politica sulle paure del nucleare cinese e pakistano. E i pakistani, ovviamente, devono reagire alla 'superiorità delle forze convezionali indiane'.

In un'analisi Paese per Paese (escluso l'Iran) il Basic offre il seguente scenario:

Stati Uniti: il già citato investimento di 700 miliardi di dollari in dieci anni. Ulteriori 92 miliardi di dollari verrano spesi per nuove testate nucleari. Costruzione di 12 sottomarini equipaggiati con missili balistici. Costruzione di missili Cruise aria-terra.

Russia: 70 miliardi di dollari nella triade terra-aria-mare, entro il 2020. Sistema balistico intercontinentale semovente con testate multiple e una nuova generazione di sottomarini equipaggiati con Cruise e sistemi balistici. Costruzione - non annunciata ufficialmente, ma ventilata dagli analisti - di sistemi missilistici a corto raggio per dieci brigate.

Cina: costruzione di un arsenale semovente a corto e lungo raggio con testate multiple. Cinque sottomarini in grado di lanciare dalle 36 alle 60 testate balistiche.

Francia: completamento di quattro nuovi sottomarini con missili a lungo raggio e testate rinforzate. Modernizzazione della flotta dei bombardieri strategici.

Pakistan: estensione della gittata dei missili Shaheen II, sviluppo di Cruise nucleari, realizzazione di testate più piccole e leggere. Costruzione di nuovi reattori a plutonio.

India: sviluppo della nuova versione dei missili terra-aria Agni, in grado di raggiungere tutto il Pakistane e gran parte della Cina, compresa Pechino. Sviluppo di un missile cruise mare-terra e progetto di costruzione di cinque sottomarini con testate nucleari balistiche.

Israele: estensione della gittata dei missili Gerico III, sviluppo di un sistema balistico intercontinentale. Espansione della flotta di sottomarini con testate nucleari.

Corea del Nord: nuovo razzo Musudan, con gittata di 4mila chilometri, in grado di raggiungere il Giappone. Test riusciti del Taepodong-2, con gittata di 10mila chilometri, in grado di raggiungere gli Stati Uniti. Nel rapporto non è tuttavia chiaro se il Paese a sviluppato la capacità di dotare tali missili di testate nucleari.

Autore: Luca Galassi / Fonte: it.peacereporter.net
Fonte qui

TESTATO L'AGNI 2 in INDIA...

domenica 13 novembre 2011

Eccoci....



Siamo un gruppo di Italiani ed europei a cui l'idea della Patria Europea è sempre piaciuta, ma che NON si trova nel come è stata (non)realizzata. Come si dice nel Vangelo "non si costruisce sulla sabbia". L'EURO avrebbe dovuto essere una conseguenza NON un obiettivo.
Di conseguenza l'unità europea da sogno rischia di divenire una tragicommedia...
Mi piace ricordare che dopo la pace di Westfalia nel 1648 l'Europa come uscita da una sbronza si accorse che esisteva un'ALTRA POTENZA e NON ERA EUROPEA.
Erano I TURCHI: i primi ad accorgersene furono i Veneziani nel 1669 e la disattenzione costò loro Candia...Poi fu il turno dei Polacchi nel 1672 Ian Sobiesky riuscì col suo valore a fermarli ma la Polonia perse comunque la Podolia...
Questo discorso si sarebbe riproposto di lì a poco nel 1683...a VIENNA...
Il paragone fra il passato e il presente è meno azzardato di ciò che si pensi. Non vi è sembrato un linguaggio da Guerra dei Trent'anni quello che si è usato in particolare contro il nostro paese e contro la Grecia?
E dopo...invece
IL RAPPORTO IAEA Iaea Iran 8nov2011

...Arriva e ci dice "SVEGLIATEVI"! Per questo è ASSOLUTAMENTE Necessario

1) Riproporre la costituzione della CED
2) Proporre la ristrutturazione della BCE sul modello della FEDERAL RESERVE e trasformare le principali Banche Nazionali in Banche dell'UNIONE...
3) Disciogliere l'ECOFIN e trasformarlo nel Commissariato al Tesoro..
4) Dare al Parlamento Europeo il potere di votare le leggi di spesa.