venerdì 30 dicembre 2011

PETROLIO: Quando il gioco si fa duro...

Tornando ad affrontare la questione di Hormuz, sono convinto dalla enorme capacità esplicativa delle immagini ecco perché vi mostro anzitutto questa:
e questa

Mi direte: ma cosa vuol dire?

Si tratta di mappe piuttosto semplici, direi autoesplicite....

Se cliccate poi sulla prima icona della petroliera sulla prima mappa...

Bab El Mandeb passaggio
Barili di Petrolio che passano per Bab el Mandeb
...E sulla seconda
Passaggio di Barili di petrolio per Suez
E su questa....
Passaggio di Barili di Petrolio dal Bosforo
E SOPRATTUTTO questa:
Passaggio di Barili di Petrolio per lo stretto di Hormuz
HORMUZ , la pietra dello scandalo....
Quindi secondo voi.....
Islamic Plan to enslave World
UN PIANO
DEL GENERE
ovvero di creare uno Stato Islamico unico che sia padrone dei punti focali di distribuzione del
PETROLIO
in MEDIO ORIENTE è
solo una fantasia da leghisti...
o
qualcosa che perfino il Prof. Monti potrebbe tenere in considerazione?

giovedì 29 dicembre 2011

Minacce, mosse e contro mosse


Nonostante le innumerevoli minacce da parte degli Iraniani, e a differenza di ciò
che dicono i cospirazionisti di destra e sinistra, gli USA non ATTACCHERANNO
l'Iran.
L'Iran è retto da una cosca mafiosa sacerdotale, ma non da fessi...
Numerosi scricchiolii si fanno sentire a Teheran a cominciare dal boicottaggii dell'Ashura da parte non solo della maggioranza della popolazione ma anche dagli Ayatollah di base e dei Pasdaran..
Nessuno segue più gli Ayatollah. Otre a ciò per scatenare una guerra gli manca il fattore “essenziale” LA BENZINA!
Questo perchè da 30 anni i Mullah NON PRODUCONO PETROLIO Vendono concessioni...
Così un paese che potrebbe essere autosufficiente dispone di quantità di petrolio limitate, poichè i contratti di concessione impongono alle compagnie straniere di fornire all'Iran dal 20 al 30% del prodotto delle concessioni come compenso. Ciò significa che un paese petrolifero non dispone che di quantità limitate di petrolio per il suo sistema industriale. La cronica mancanza di kerosene fa sì che il regime degli Ayatollah al giorno d'oggi abbia già perduto dal 50 al 60% delle sue capacità di produzione di energa elettrica CHE AL GIORNO D'OGGI FA AFFIDAMENTO SOLO SULLE VECCHIE CENTRALI TERMICHE A KEROSENE...
Come volete che facciano a bloccare lo Stretto di HORMUZ?

sabato 24 dicembre 2011

NESSUNO crede all'attentato di "AL QAEDA" in SIRIA

Ci sono attentati destabilizzanti e attentati stabilizzanti. Questo è del secondo tipo.
I Libanesi che se intendono sono usciti con questo titolo: El-Qaëda « au secours » du régime syrien

Sagaci questi libanesi!

martedì 20 dicembre 2011

Buon Hanukkah

E come lo avete fermato una volta il Malvagio Re di Siria cercate di fermarlo ancora...
Cari amici di Israele...

sabato 17 dicembre 2011

ASIA La crisi mondiale, il debito dell’Europa e quello degli Usa - Asia News


ASIA La crisi mondiale, il debito dell’Europa e quello degli Usa - Asia News


» 16/12/2011 15:37
ASIA
La crisi mondiale, il debito dell’Europa e quello degli Usa
di Maurizio d'Orlando
L’Europa non sta bene. Anche i Paesi del Bric (Brasile, Russia, India, Cina) soffrono. Ma chi sta peggio sono gli Stati Uniti, dove il costo dei salvataggi bancari è di 30mila miliardi. La crisi economica attuale è il fallimento del modello culturale keynesiano e del falso mito della globalizzazione. È urgente riportare nell’economia i concetti di “responsabilità individuale e collettiva” e di “giustizia retributiva”.

Milano (AsiaNews) - Ormai da mesi l’attenzione dei mercati finanziari e dell’informazione economica è focalizzata sull’Europa più che su altre parte del mondo. È stata in primo luogo la situazione in Grecia, poi negli altri Paesi minori ai margini del continente, poi l’Italia ed in seguito la Francia, il cui merito del debito pubblico è a rischio declassamento da parte delle agenzie di valutazione come Moody’s e Standard and Poor's. Quest’ultima poi la settimana scorsa ha avvertito che il declassamento potrebbe toccare in massa 15 Paesi dell’area euro, una mossa davvero senza precedenti, che potrebbe portare ad una situazione d’insolvenza per molte banche europee. A rischio, in prospettiva, c’è anche la Germania e la stessa Banca Centrale Europea, la BCE. Non meraviglia, perciò, che l’euro si sia indebolito rispetto ad altre valute ed in particolare rispetto al dollaro.

L'Europa

C’è forse una guerra di Moody’s e Standard and Poor's contro l’Europa e le banche europee? Non ci è possibile escluderlo, anche se la fragilità costituzionale e la complessità della costruzione dell’euro è evidente. Altrettanto chiaro è che le risorse di cui si discute in Europa sono davvero scarse rispetto alle dimensioni del problema: il fondo “salva stati”– che sarà gestito dalla Bce – sarà di appena 500 miliardi di euro: una goccia rispetto alle dimensioni del debito pubblico dei vari Paesi europei, senza contare quello delle imprese, delle famiglie e quello delle banche e società finanziarie.

Anche dal punto di vista istituzionale le perplessità non sono poche. A rischio in questo campo è l’idea stessa di identità e legittimità costituzionale, la libertà dei suoi popoli, su cui si è fondata per secoli l’Europa. Due Paesi sono stati commissariati, privati del diritto di esprimersi mediante referendum o le opportune elezioni. Il presidente del Consiglio d’Europa, van Rumpuy, un funzionario non eletto, così aveva chiesto e così è stato fatto ad esempio nel suo incontro l’11 novembre scorso, con il presidente della Repubblica italiana Napolitano, così è stato fatto. Al vertice dei governi di Grecia ed Italia, sono stati insediate due persone, Monti e Papademos, che avevano ricoperto importanti incarichi con un passato in Goldman Sachs, una delle più grandi d’affari del mondo.

L’agenda dei loro Parlamenti è stata dettata nei minimi dettagli dalla Bce, un consorzio di banche centrali espressione del mondo delle banche private. Non termina tutto qui, però: l’Europa si avvia a modificare i trattati costitutivi della Ue. Mediante l’unione fiscale verranno introdotte pesanti penali automatiche determinate per via amministrativa da dei funzionari non eletti. Per tentare di salvare l’euro vanno di fatto nel dimenticatoio sia il principio della sovranità popolare che quello della libertà ed autodeterminazione dei popoli, oltre che le diverse identità storiche e culturali. Nonostante tutto ciò, è improbabile che si riuscirà a salvare dal disfacimento la moneta unica europea.

La Gran Bretagna

Altrove la situazione non è però migliore. Al di fuori dell’area dell’euro, sembrerebbe forse navigare in acque più tranquille la Gran Bretagna, ma è solo perché i riflettori sono puntati altrove. Il peso della finanza sull’economia del paese, il peso dell’indebitamento totale (pubblico, delle famiglie, imprese e finanza, finanza) è ben superiore a quello della media della zona euro, veleggia verso un po’ meno del 500% del Pil, appena al di sotto di quello giapponese. Lo ha fatto notare, forse poco graziosamente, Christian Noyer, governatore della Banca di Francia e membro del consiglio della Bce [1]. Quanto sia probabile che il governo Cameron vada oltre il mese di aprile non sappiamo dire. Delle difficoltà del Giappone AsiaNews ha già detto ieri [2].

La Cina e i Paesi del Bric

Della Cina AsiaNews ha riferito spesso (anche ieri [3]). Il segno più evidente delle sue difficoltà è dato dal crollo della bolla immobiliare e delle tante manifestazioni di protesta che si susseguono nel Paese. Il quadro, però, più chiaro del precipizio sul cui orlo si trova l’economia cinese è stato dal prof. Larry Lang [4] : se si considera il debito delle provincie e delle imprese statali - ha affermato - la Cina “è sull’orlo della bancarotta”.

Anche gli altri paesi del gruppo Bric (Brasile, Russia, India, Cina), si trovano in una situazione critica. L’India ha un deficit commerciale di circa 10 miliardi di dollari [5] Usa al mese, pari al 7 – 8 % del Pil su base annua ed ora stanno venendo a mancare i flussi finanziari che lo contro-bilanciavano: le rimesse degli emigrati, a causa delle crisi politiche in Medio Oriente, l’esportazione di servizi ai Paesi occidentali, a causa della crisi, ed ora il deflusso dei capitali speculativi. Una crisi valutaria prosciugherebbe le riserve in poco tempo.

Il Brasile ha anch’esso un deficit commerciale ed in più un tasso di cambio ampiamente sopravvalutato a causa dell’afflusso di capitali speculativi che è probabile cambino presto direzione. Inoltre il Brasile comincia a risentire del rallentamento della domanda cinese di minerali e derrate agricole. Una crisi valutaria rischia di far scoppiare la bolla della crescita trainata dalle esportazioni e di spingere il gigante sudamericano in una profonda recessione della sua economia.

La Russia ha un debito totale basso (d’altra parte è un paese che nel secolo scorso ha avuto ben tre insolvenze sul debito sovrano, un record finora imbattuto in epoca recente), ma ha una struttura industriale in declino. Si salva solo grazie all’esportazione di energia e questa per ora sembra tenere.

L’abisso degli Stati Uniti

Da questo quadro delle maggiori economie manca un elemento fondamentale e sembra per la verità sia sfuggito al radar dell’informazione economica internazionale: è scomparso l’elefante, gli Stati Uniti.

Il confronto tra Europa e Usa si riassume in queste due cifre, diverse ma entrambe riferibili a manovre di salvataggio. Mentre oggi si cerca con fatica di approvare il fondo “salva stati” – per 500 miliardi di euro – l’intervento finanziario negli Usa, deciso nei pochi mesi a cavallo tra l’autunno 2008 e l’inverno 2009, è stato pari 30mila miliardi di dollari , grosso modo due volte il Pil, il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un anno negli States. Ad esso vanno ad aggiungersi la QE1 della Fed, lo “Stimolo”, il pacchetto di incentivi e di spese per lo “sviluppo” dell’economia approvato da Obama appena insediatosi alla Casa Bianca, la QE2 e l’operazione “Twist” sempre della Fed. Nonostante tutto ciò, il tasso di disoccupazione ufficiale è attorno al 9 % (era la 5 % nel 2008 prima della crisi), mentre quello autentico, calcolato in base ai più reali parametri ufficiali in uso fino al 1994, è pari ad oltre il 22 % [6]; l’inflazione è al 4 % (quella reale, con le metodologie più veritiere del 1990) è al 7 % mentre con i parametri del 1980 è circa il 12 % [7] ); ed infine la crescita del Pil ufficialmente è inferiore al 2 % – dunque, la ripresa dalla recessione ufficialmente non c’è ancora – ma in realtà il valore è negativo, pari a un - 3 % [8]. È un fallimento di proporzioni inaudite, e lo è in primo luogo per il suo costo, le manovre di cui è detto. Non sono solo cifre, sono una dato concreto visibile nelle città americane, riconoscibile nel numero molto basso di nuove costruzioni che, dal picco precedente la crisi, non si è mai ripreso [9], ed evidenziato dalla debolezza dei prezzi sul mercato immobiliare.

Fallito un modello culturale

Soprattutto è un fallimento che non è imputabile solo ai politici, alla finanza o alle banche centrali, ma ad un modello culturale. È, perciò, un fallimento che il mondo tutto, anche la gente comune, non vuole riconoscere nelle sue cause, perché è stato un sogno troppo bello e suadente. Per questa ragione è stato un modello culturale, quello della modernità contemporanea, che ha goduto di un grande consenso. È in primo luogo il fallimento del keynesianesimo, il modello economico adottato dalla Fed negli ultimi 50 anni, ed a seguire dalle banche centrali e dai governi di tutto il mondo a partire dal 1960, da quando cioè è stato messo in soffitta il principio del pareggio di bilancio. È un fallimento in tutte le sue varianti sia di sinistra fabiana (dove sono le sue origini), che di centro, il modello “renano” e l’economia sociale di mercato, che di destra.

Keynesiana è stata infatti anche la “supply side” reaganiana (che pure ha corretto gli eccessi ereditati dell’emergenza rooseveltiana – l’aliquota massima delle imposte prima di Reagan era pari al 75% del reddito) perché non ha certo mirato alla compatibilità di lungo termine, il debito sostenibile: il tasso d’incremento della spesa pubblica è stato inferiore ad epoche precedenti, ma pur sempre del 3 % annuo.

Keynesiana, a dispetto delle apparenze e delle etichette, è stata anche la lunga stagione di espansione monetaria di Alan Greenspan, il governatore della Fed prima di Bernanke. Alla luce dei fatti, la crescita del debito a lui imputabile, non è che una che delle varianti del keynesianesimo. In questo senso sia il monetarismo – pochi lo ricordano, ma anche Milton Friedman era d’accordo con Keynes – che le “aspettative razionali” della “scuola di Chicago” sono keynesiani.

Keynesiano è Bernanke, come Krugman e Stiglitz, i due consiglieri economici di Obama (come, per altro, è anche il nuovo primo ministro italiano, Mario Monti, allievo di James Tobin, quello della Tobin tax).

Il frutto avvelenato della globalizzazione

Soprattutto, la crisi attuale è il frutto avvelenato della globalizzazione, l’utopia liberoscambista fatta di furbizie mercantiliste cinesi e mercatismo finanziario americano. È, cioè, conseguenza del furto di sovranità imposto al mondo a partire dal 1994, con la costituzione del Wto, l’Organizzazione del Commercio Mondiale. Erano passati 50 anni esatti dagli accordi di Bretton Woods del 1944, da quando era stato dato al dollaro ed alla Fed il ruolo che era stato in epoche precedenti dell’oro. Si formava così una combinazione infernale. Da una parte, la moneta cartacea priva – a partire dal 1971 / 1973 – di ogni contenuto e riferimento reale e, dall’altra parte, la produzione di beni privi di individualità territoriali e culturali.

La soluzione sarebbe il ripristino sia del concetto di responsabilità individuale e collettiva che del principio di giustizia retributiva, il “suum cuique tribuere” [10] , cui i cristiani aggiungono la “caritas” non intesa semplicemente come carità ma come spiegato da San Paolo [11].

Il mondo ama però troppo i suoi errori economici e le sue false teorie, anche quando si dimostrano fallimentari. È così che ci avviamo verso un collasso senza precedenti. Non si parli, però, della profezia Maya: essa non c’entra. Sarà solo una questione di responsabilità umane.

venerdì 16 dicembre 2011

IL MANIFESTO - attualità - 2001-2011, dieci anni da dragone per avviare il secolo cinese


IL MANIFESTO - attualità - 2001-2011, dieci anni da dragone per avviare il secolo cinese
ORIENTE ROSSO - mondo
2001-2011, dieci anni da dragone
per avviare il secolo cinese
Michelangelo Cocco
10.12.2011
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Dieci anni fa la nazione più popolata del mondo era entrata nel Wto, l'organizzazione mondiale del commercio. Oggi ha deluso chi sperava in un'apertura totale al mercato e sembra volersene allontanare.

Michelangelo Cocco - 10.12.2011
«Dieci anni dopo, sembra che la Cina si stia allontanando dall'Organizzazione mondiale per il commercio». Questa sorprendente affermazione è arrivata qualche giorno fa - durante un congresso per ricordare l'evento - da Long Yongtu, uno dei negoziatori dello storico ingresso, l'11 dicembre 2001, di Pechino nella Wto. Un abbraccio che contribuì a rivitalizzare il capitalismo ferito dall'11 settembre e aprì ufficialmente quello che secondo molti analisti sarà «il secolo cinese». Long esprime la delusione di chi sperava in un'apertura rapida e completa al mercato e constata invece che terre, banche e grandi industrie sono ancora nelle mani dello Stato. E teme che, per effetto di un'eventuale seconda ondata di recessione negli Stati Uniti e della crisi dell'euro, le tensioni degli ultimi tempi possano sfociare in vere e proprie guerre commerciali.
Chin Leng Lim, docente di diritto all'Università di Hong Kong, ha riassunto così alla Reuters il percorso accidentato della Wto: «Come la si potrebbe definire Organizzazione mondiale del commercio senza la Cina? E allora, dobbiamo cambiare le regole della Cina o piuttosto modificare le regole globali per adattarci alla Cina?».

Contrordine compagni
L'investimento previsto è di quelli colossali: 1.700 miliardi di dollari, due volte e mezzo lo "stimolo" varato per uscire dalla crisi del 2008. Una montagna di denaro che, in linea con il piano quinquennale 2011-2016, dovrebbe archiviare il decennio in cui la Repubblica popolare ha rifornito il resto del mondo di prodotti a basso costo e far decollare nuovi settori definiti "strategici": l'economia verde e l'industria hi-tech. Che non si tratti di un semplice annuncio è stato confermato dal Segretario per il commercio John Bryson, che in un recente incontro con la controparte cinese ha rivendicato una fetta della torta per le aziende Usa. Proprio mentre l'Amministrazione Obama indagava per dumping i marchi cinesi che vendono "sottocosto" pannelli solari negli Usa e Pechino replicava accusando Washington di protezionismo.
Dai manufatti low cost alle auto verdi, alle biotecnologie, alle energie alternative: quanto questa trasformazione riuscirà a essere "indolore"? Nei giorni scorsi gli operai di un'azienda che a Shanghai produce per Apple, Motorola e Hp hanno scioperato contro l'aut aut dei padroni: essere trasferiti assieme allo stabilimento o licenziati senza indennizzi. A Shenzhen e Dongguan, nel Sud di più antica industrializzazione, migliaia di lavoratori stanno protestando per la diminuzione delle ore di straordinario, conseguenza del rallentamento della produzione.
L'imperativo è: riequilibrare il sistema. La Cina cresce ininterrottamente da trent'anni, dalle riforme di Deng Xiaoping. Col 9,6% del totale è il primo esportatore del Pianeta, ha accumulato 3.200 miliardi di dollari di riserve in valuta estera ma anche grossi squilibri sociali: il reddito medio è di 4.400 dollari annui pro capite e l'indice Gini sulla diseguaglianza allo 0.41. Con la flessione della domanda dall'estero, per mantenere alta la crescita il Partito comunista (Pcc) punta a sviluppare i consumi interni.

Censura, battaglia continua
La Repubblica popolare è arrivata in ritardo all'appuntamento con internet, alla quale - 77mo paese in ordine cronologico - si è agganciata nell'aprile del 1994. Ma ha recuperato in fretta e, con 485 milioni di utenti, è oggi lo Stato col maggior numero di cittadini connessi. Tra questi, 300 milioni hanno attivato un weibo. Nati un paio d'anni fa, sono la versione cinese di Twitter (oscurato, come gli altri social network stranieri) e rappresentano una delle forme di comunicazione preferite dai netizen. Se ne sono accorte anche le autorità e le corporation, che nelle ultime settimane hanno messo i weibo al centro di un'offensiva a base di censura e pubblicità. Bill Gates, Coca Cola, Unilever e Louis Vuitton sono stati i primi a lanciarsi in una vetrina virtuale osservata da una classe media in ascesa che il Pcc sollecita a consumare di più. I controllori sono costretti a inseguire un wangmin (popolo della rete) sempre più audace e a bilanciare gli obiettivi della censura e le esigenze del mercato.
Le autorità hanno dichiarato guerra ai rumor, balle del web come quella di Guo Meimei, giovane disoccupata che sul suo weibo si mostrava, borsa di Hermes in spalla, alla guida di una Maserati e sosteneva di essere un'impiegata della Croce Rossa (al centro di un grosso scandalo); o quella su 20 mila fantomatici terroristi uiguri sieropositivi, sguinzagliati per il Paese a diffondere l'Aids. Per stroncare i rumor, la polizia mette a tacere le discussioni online sui temi più scottanti e rimuove pagine scomode.

La maturità dello yuan
Gli Stati Uniti lo considerano tuttora artificialmente sottovalutato, almeno del 20% e tra i congressmen c'è chi sullo yuan è pronto a impostare la prossima campagna elettorale in difesa del made in Usa. Intanto la valuta - che negli ultimi anni si è apprezzata lentamente ma costantemente rispetto al dollaro - continua a rimanere debole favorendo le esportazioni, ma si prepara alla «maturità». Secondo l'ultimo rapporto della Commissione parlamentare per le relazioni Usa-Cina, Pechino negli ultimi anni ha allentato i controlli sull'utilizzo dello yuan nelle transazioni internazionali, utilizzando Hong Kong per la "sperimentazione": nel giro di cinque-dieci anni le banconote col ritratto di Mao inizieranno a minacciare il dominio del dollaro sui mercati internazionali.

Fate scoppiare quella bolla
Pechino: da 4.557 yuan al metro quadro a 17.782 yuan (circa 2.000 euro), negli ultimi dieci anni. Shanghai: nello stesso periodo, da 3.326 a 14.400 yuan. Nella provincia di Zhejiang, da 1.758 a 9.249. Con l'accelerazione dell'industrializzazione e delle infrastrutture, la bolla immobiliare ha avvolto le megalopoli e le aree costiere più sviluppate, dove per le giovani coppie della classe media è ormai impossibile acquistare casa e milioni di lavoratori migranti sono costretti a vivere in baracche e alloggi di fortuna. Quello del mattone è uno dei settori trainanti l'economia (circa il 13% del prodotto interno lordo) anche perché il controllo governativo sui capitali ha spinto a investire in patria. Un affare per tutti tranne che per i cittadini: i palazzinari hanno fatto il loro ingresso tra gli uomini più ricchi della Repubblica popolare, i governi locali - tra non pochi casi di corruzione - hanno beneficiato delle vendite delle terre, lo Stato delle tasse. Da oltre un anno il governo ha messo in atto una serie di misure per frenare i rialzi. Lo scorso aprile, la Commissione di controllo (Cbrc) ha avvisato gli istituti di credito di effettuare stress test per un ipotetico crollo del 50% dei prezzi e del 30% del volume delle compravendite. Secondo i catastrofisti (e i developer, che chiedono di continuare a gonfiare la bolla) le restrizioni e la riduzione dei finanziamenti provocheranno fallimenti a catena di società e banche, aumento della disoccupazione, instabilità. Per molti analisti la bolla sarà al contrario l'ennesimo banco di prova delle capacità di gestione dell'economia da parte del Partito e dello Stato, che sarebbe in grado di riassorbire gli esuberi, ricapitalizzare le banche e alla fine otterrebbe una redistribuzione della ricchezza dagli speculatori alle famiglie, con la possibilità di aumentare i consumi interni.

Amici-nemici, vicini e lontani
Sono passati due anni da quando a Tokyo, il 14 novembre 2009, Barack Obama si autoproclamò «primo presidente pacifico» degli Stati Uniti. Pechino stava studiando già da tempo le mosse dell'avversario sullo scacchiere Asia-Pacifico e, mentre prepara il prossimo viaggio a Washington del presidente designato Xi Jinping (in programma dopo l'insediamento di quest'ultimo nell'autunno prossimo) risponde agli Usa con un'escalation retorica. Ieri il capo dello Stato, Hu Jintao, ha dichiarato che la marina, rimasta indietro nel complesso di forze armate tradizionalmente imperniate sull'esercito, «deve accelerare la sua modernizzazione e prepararsi alla guerra».
Qualche giorno fa Obama aveva annunciato la nascita di una base permanente di 2.500 marine a Darwin, il porto nel nord dell'Australia che, a 820 km dall'Indonesia, è considerato una via d'accesso al Sud-Est asiatico. Rispetto a Giappone e Corea del Sud (i due alleati degli Usa più forti nell'area), Darwin è più vicina al Mar cinese meridionale, epicentro di un annoso contenzioso territoriale (sugli arcipelaghi delle Spratly e delle Paracel) tra la Cina, da una parte, e le Filippine e il Vietnam, dall'altra.
Nei fondali delle Spratly e delle Paracel ci sono giacimenti di petrolio stimati intorno ai 150 miliardi di barili e di gas, per 3,4 trilioni di metri cubi. E nei mari del Pacifico, come nelle acque agitate dei mercati, a dieci anni dal suo ingresso nella Wto, la presenza della Cina è sempre più ingombrante.

domenica 11 dicembre 2011

Siria: Scontri Disertori-Esercito nel sud

Televideo - Rai


11/12/2011 13:45
Siria,scontri al sud esercito-disertori
13.45
Siria,scontri al sud esercito-disertori
Centinaia di disertori siriani hanno
attaccato le truppe corazzate di Dama-
sco nel Sud del Paese.

Secondo testimoni e attivisti, è stata
una delle battaglie più cruente dal-
l'inizio della rivolta.

Intanto, nella giornata di disobbedien-
za civile indetta dall'opposizione,
almeno 5 persone sono morte. Due vitti-
me a Hama, due a Idlib e una a Homs.
L'opposizione teme ora che le truppe di
Damasco possano lanciare un assalto e
compiere "un massacro".



venerdì 9 dicembre 2011

HOMS: UN MASSACRO







Rai SIRIA, ALMENO 44 MORTI ANCHE SEI BAMBINI
09/12/2011 23:20

Sono almeno 44 i morti in Siria in una nuova giornata di violenza. Tra le vittime dell'azione repressiva del governo di Assad anche sei bambini, due dei quali sono stati uccisi dai cecchini del regime nella città di Homs. Le proteste contro il regime sono divampate in tutto il Paese dopo la preghiera del venerdì,ma la metà dei civili uccisi si registra a Homs, epicentro della rivolta e della repressione. Il Consiglio nazionale siriano (Cns) fa sapere che proprio a Homs le truppe di Damasco preparano "un massacro". Tra i morti, anche tre militari disertori, secondo Al Jazira.

Notizia originale

Accordo a metà a Bruxelles: unione fiscale per 23 Paesi. Cameron divide l'Europa a due velocità - Il Sole 24 ORE

Accordo a metà a Bruxelles: unione fiscale per 23 Paesi. Cameron divide l'Europa a due velocità - Il Sole 24 ORE

Accordo a metà a Bruxelles: unione fiscale per 23 Paesi. Cameron divide l'Europa a due velocità

dal nostro corripondente Beda Romano
Cronologia articolo9 dicembre 2011
In questo articolo

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Argomenti: Istituzioni dell'Unione Europea | Angela Merkel | Herman Van Rompuy | Fmi | Bce | Stati Membri | Nicolas Sarkozy | Consiglio Europeo | Germania




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BRUXELLES – Il Consiglio europeo non è riuscito nella notte tra giovedì e venerdì a mettersi d'accordo su una riforma dei Trattati a 27, a causa di Londra che ha bloccato questa possibilità. I Paesi hanno quindi deciso un pacchetto di misure per rafforzare la disciplina sui conti pubblici che sarà oggetto di un accordo intergovernativo a 23.

A bloccare la soluzione a 27,
ALCUNI DIRITTI RISERVATI (CC BY-NC-SA)

martedì 6 dicembre 2011

Ministero in armi · DiariodelWeb.it


Ministero in armi · DiariodelWeb.it

ROMA - Le spese militari non si toccano e i gruppi di interesse legati a quella inesauribile fonte di finanziamento pubblico non hanno nessun motivo di preoccupazione. Il piano «lacrime e sangue per salvare l'Italia», illustrato da Monti con dovizia di particolari e continui richiami al dovere inderogabile di accettarlo senza tante storie, non prevede infatti nessun sacrificio su quel versante. D'altra parte non c'era da dubitarne: perché altrimenti avrebbero chiamato a ricoprire la carica di ministro della Difesa un militare del calibro e del rango di Giampaolo Di Paola?

L'ammiraglio - va detto – non è il primo militare chiamato a rivestire quel ruolo nella storia della Repubblica. Nella XII Legislatura, dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996, durante il Governo Dini, la responsabilità della Difesa fu affidata a un altro generale: Domenico Corcione, generale di Corpo d'Armata, già capo di Stato Maggiore della Difesa tra il 1° aprile del 199° e il 31 dicembre del 1993. Quella fu anche la data del suo collocamento in ausiliaria per superati limiti di età. Dunque Corcione, quando ricevette l'incarico di ministro, era, almeno, un militare più o meno a riposo, nel limbo dell'ausiliaria, al contrario dello status di cui gode Di Paola, tuttora in servizio e all'apice della carriera. Infatti, dopo essere stato fino al 2008 capo di Stato maggiore della Difesa, l'ammiraglio è stato chiamato, con l'aperto e determinante appoggio di Washington, a svolgere il ruolo di Presidente del Comitato Militare della Nato e proprio in tale ruolo, al momento della chiamata al Governo, si trovava nel teatro – ancora di guerra – dell'Afghanistan. Sole 24 Ore, il giornale di Confindustria, ha anche scritto che il nome di Di Paola per l'incarico di ministro è stato suggerito sempre da Washington.

Non dunque un militare qualsiasi né soltanto un personaggio con buone credenziali, chiamato a ricoprire un ruolo meramente tecnico. Al contrario uno che sa bene quello che non deve essere tagliato e le ragioni di ciò. Nella sua prima audizione in qualità di ministro di fronte alle commissioni congiunte di Camera e Senato, il nuovo ministro ha illustrato le linee guida del suo programma, incentrate sul tema - ricorrente negli ambienti militari - della «dismissione del patrimonio immobiliare delle caserme». Ma niente ha detto né soprattutto ha intenzione di dire, sul taglio delle spese militari, soprattutto sul lato degli armamenti. In questo - bisogna dirlo – è sostenuto tout azimut dalla solerzia bipartisan dei parlamentari delle due commissioni. La parte senatoriale, in particolare, lo ha esortato a tener fede gli impegni già presi dal Governo Berlusconi per la spesa di 502 milioni di euro che dovranno servire - gli hanno ricordato – per sistemi d'arma adeguati a meglio tutelare la sicurezza dei soldati italiani in Afghanistan. Ma oltre alle spese per gli annessi e connessi di una missione militare come quella in Afghanistan, che non finisce mai e dovrebbe invece finire subito, nella audizione il nuovo ministro non ha neanche accennato al pesante fardello lasciato in eredità dalle precedenti maggioranze, comprese quelle di centrosinistra, in materia di armamenti. Il che significa in particolare la messa in bilancio della spesa di 15 miliardi di euro per l'acquisto di 131 cacciabombardieri F35 - aereo aria terra decisamente da guerra – e la spesa già avviata dall'Aviazione militare per l'acquisto di circa cento caccia Eurofighter Typhoon, per qualcosa come dieci miliardi di euro.



Di Paola ha a che fare direttamente con la partita degli F35. Per due motivi, assai significativi l'uno e l'altro. Il primo va ascritto alle responsabilità dirette che via via l'ammiraglio ha assunto nel corso della sua carriera: nel 2002, come direttore degli armamenti, Di Paola firmò infatti il memorandum d'intesa che legava l'Italia al programma del caccia statunitense Joint Strike Fighter (F35). Vennero così poste le basi del contratto tra Finmeccanica e Locheed Martin, la ditta statunitense a cui è intestato il programma. Il secondo motivo è invece connesso alla concezione strategica di Di Paola, alla sua idea di come vada sfruttato lo strumento militare. In sintonia con gli anglo-americani, Di Paola è sostenitore della capacità di «proiezione» dell'azione militare in giro per il mondo, di movimentazione rapida delle forze armate e dunque dell'impiego privilegiato delle forze d'oltremare e, insieme, dell'adeguata strumentazione in materia di armamenti. Nato docet, in Afghanistan e in Libia.

E' chiaro che Di Paola, per altro in non piccolo conflitto di interesse nel suo nuovo ruolo, non taglierà proprio nulla né seguirà neanche in minima parte l'esempio del governo conservatore britannico che all'inizio di quest'anno ha deciso un serio piano di riduzione delle spese militari .

Ma è altrettanto chiaro che di fronte alle scelte «lacrime e sangue» del governo Monti, di fronte al fuoco ancora una volta concentrato sulle fasce medio-basse della popolazione, di fronte ai sacrifici a senso unico, la proposta di taglio alle spese militari che Sel porta avanti - in sintonia con movimenti e associazioni pacifiste da sempre impegnate su questo terreno – può acquistare un significato che va oltre quello tradizionale - ovviamente di grandissimo valore - di opzione pacifista. Può cioè crearsi l'occasione di una grande discussione pubblica sul modo di impiegare le risorse, sull' agire secondo alcuni criteri e non altri, su come la quotidianità dell'esistenza, la vita delle persone, il futuro dei ragazzi e delle ragazze debbano essere messi al centro quando si discute di conti e risorse pubbliche.

Insomma una partita che vale la pena di giocare. Mai come in questo momento.

Elettra Deiana

giovedì 1 dicembre 2011

Mons. Barnaba incontra Card. Nosiglia e Piero Fassino



Fassino fa coraggio ai copti? Certo che coi Fratelli Musulmani in Egitto al 40% questa piccola comunità di Torino rischia di rimanere fra i SOPRAVISSUTI....

Egitto: Fratelli musulmani, abbiamo oltre il 40% dei voti · DiariodelWeb.it


Egitto: Fratelli musulmani, abbiamo oltre il 40% dei voti · DiariodelWeb.it

IL CAIRO - Il Partito islamico della libertà e della giustizia (Plj), braccio politico dei Fratelli musulmani, la forza politica più organizzata dell'Egitto, ha annunciato di essere in testa nella prima fase delle prime elezioni dell'era post Mubarak.
«I primi risultati ottenuti dall'inizio dello spoglio danno in testa il Partito della libertà e della giustizia (Plj), seguito dal partito Al Nour (salafista) e dal Blocco egiziano (coalizione liberale)», afferma il Plj in un comunicato. Il Plj sostiene inoltre di avere conseguito i migliori risultati rispettivamente a Fayyoum (130 chilometri a sud del Cairo), nel governatorato del mar Rosso (sud), al Cairo e a Assiout (sud). «Il risultato è più serrato fra il Plj e il partito Al Nour nei governatorati di Alessandria (nord ovest) e Kafr al Sheikh (delta del Nilo)», ha aggiunto il partito islamico.

Il primo turno delle legislative si è svolto lunedì e martedì in un terzo dei governatorati del Paese più popoloso del mondo arabo (più di 80 milioni di abitanti), fra cui la capitale Il Cairo e la seconda città dell'Egitto, Alessandria. Lo scrutinio, organizzato in tre fasi, si svolgerà nelle altre regioni fino all'11 gennaio per l'Assemblea del popolo (deputati) e fino all'11 marzo per la Shura (camera alta a carattere consultivo).
Anche le prime stime riportate questa mattina dai media egiziani davano in testa i Fratelli musulmani, che presentano per la prima volta un loro partito alle elezioni: il movimento è stato messo ufficialmente fuori legge da Mubarak.

Clinton: Dopo le elezioni transizione verso una Democrazia equa - Il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha chiesto «la prosecuzione di una transizione verso una democrazia equa, trasparente e aperta» in Egitto dopo la prima fase delle elezioni politiche.
«Mi congratulo con il popolo egiziano per l'inizio pacifico e riuscito del suo processo elettorale», ha scritto in un comunicato, sottolineando che «gli egiziani hanno motivo per essere orgogliosi» dello svolgimento del voto. Gli islamisti sembrano incanalati verso una vittoria, secondo i risultati preliminari del conteggio dei voti in Egitto.
La consultazione, che segnava la rottura con l'era Mubarak, si è svolta nella calma malgrado un contesto di tensione. Gli Stati Uniti, ha scritto ancora Clinton, «continueranno a schierarsi al fianco degli egiziani nella loro proiezione verso un governo civile democraticamente eletto, che rispetterà i diritti umani e che risponderà alle loro aspirazioni di dignità, di libertà e di vita migliore».
L'amministrazione Obama aveva preso posizione la settimana scorsa nel confronto teso tra il potere provvisorio dell'esercito e i manifestanti che chiedendo il ritiro dei soldati. Aveva invitato alla calma e chiesto che la transizione a un potere civile avvenisse il più rapidamente possibile. L'Egitto era considerato dagli Stati Uniti il più vicino alleato arabo durante i tre decenni al potere di Hosni Mubarak in particolare a causa della pace accettata dal Paese con Israele e dei legami militari importanti tra Il Cairo e Washington.

Appelli a manifestare pro e contro la Giunta militare - Appelli a manifestare venerdì 2 dicembre in Egitto sono stati lanciati da sostenitori e oppositori della giunta militare che guida il Paese dalla caduta del presidente Hosni Mubarak. Gli appelli arrivano all'indomani del primo turno delle elezioni legislative svolte senza incidenti.
«Invitiamo tutti gli egiziani a partecipare il 2 dicembre a piazza Tahrir all'omaggio che sarà reso ai martiri di rue Mohamed Mahmod e a tutti i martiri uccisi dai militari durante il periodo di transizione», hanno affermato «i comitati popolari per la difesa della rivoluzione egiziana» sulla loro pagina di Facebook.
Rue Mohamed Mahmoud, nei pressi di piazza Tahrir, è stato teatro di scontri tra manifestanti e forze dell'ordine durante la settimana prima delle elezioni. Gli incidenti e le violenze nel resto del Paese hanno provocato 42 morti.
Da parte sua, «l'Unione dei movimenti della maggioranza silenziosa», favorevole alla giunta militare, ha lanciato un appello a manifestare con lo slogan «il venerdì di sostegno alla legittimità» su piazza d'Abbassiyah, nei pressi di Tahrir.
«Piazza Tahrir non è la sola fonte di legittimità», ha sottolineata l'Unione in un comunicato citato dall'agenzia ufficiale Mena.
I manifestanti di Tahrir chiedono il ritiro immediato della giunta militare, accusata di violenze e repressioni nei confronti dei civili.

CINA Docente cinese: “La nostra economia è sull’orlo del baratro. Pechino sta barando” - Asia News


CINA Docente cinese: “La nostra economia è sull’orlo del baratro. Pechino sta barando” - Asia News

» 30/11/2011 11:19
CINA
Docente cinese: “La nostra economia è sull’orlo del baratro. Pechino sta barando”
A parlare non è un dissidente o un analista internazionale ma Larry Lang, titolare della cattedra di Studi finanziari all’Università cinese di Hong Kong e noto opinionista della televisione nazionale della Cina continentale. In una lezione a porte chiuse spiega: “Il regime ci impone di dire bugie. La verità è che ogni provincia cinese ha i conti simili a quelli della Grecia”. L’audio della lezione in cui, in 5 punti, spiega perché la Cina collasserà presto.

Shanyang (AsiaNews) - L’economia cinese “è sull’orlo della bancarotta” e ogni provincia del Paese “ha i conti simili a quelli della Grecia”. Tutto questo “corrisponde a verità, ma secondo il sistema politico vigente nel Paese non possiamo dirlo”. A parlare non è un dissidente o un analista internazionale ma Larry Lang, titolare della cattedra di Studi finanziari all’Università cinese di Hong Kong e noto opinionista della televisione nazionale della Cina continentale.

Il professore ha tenuto una lunga lezione a porte chiuse nella città di Shenyang, nella provincia settentrionale del Liaoning: nonostante abbia proibito ogni ripresa della sua lezione, un audio è stato reperito e messo in Rete da alcuni dei presenti. Lo si trova a questo link: http://www.youtube.com/watch?v=comHcv7qSBg

Nell’audio, secondo la traduzione fatta dall’Epoch Times, il professore apre la lezione dicendo: “Tutto quello che sto per dire è vero. Ma, secondo i canoni di questo sistema politico, non abbiamo il permesso di dire la verità. Non dovete pensare che stiamo vivendo in un tempo di pace: i media non possono riportare quello che accade. Chi di noi lavora in televisione si sente frustrato, perché non si possono fare programmi reali”. Secondo il docente, ci sono 5 motivi alla base della possibile bancarotta del sistema cinese.

Il primo motivo è che il debito del regime è di circa 36mila miliardi di yuan, pari a 5,68mila miliardi di dollari. Questo risultato si ottiene aggiungendo al debito dei governi locali – fra i 16 e i 19,5mila miliardi – quello delle imprese di proprietà statali, che si aggira intorno ai 16mila miliardi di yuan: “Con gli interessi che crescono, pari a 2mila miliardi l’anno, le cose peggioreranno molto presto”.

Al secondo punto c’è la grande incognita dell’inflazione, che il regime fissa in maniera ufficiale al tasso del 6,2 %. Secondo Lang, il vero tasso è intorno al 16 %: questo dato, tra l’altro, spiegherebbe molto bene le centinaia di migliaia di proteste sociali connesse al costo della vita che ogni anno avvengono in Cina e le preoccupazioni della Banca centrale del popolo, che sta riducendo in questi giorni il volume di liquidità immesso nel circuito economico cinese.

Al terzo punto c’è lo squilibrio fra produzione industriale e consumo interno. Il cinese medio, ha spiegato il professore, consuma soltanto il 30% dei prodotti dell’attività economica interna: in questo modo non si può sviluppare un mercato interno e aumentano i prezzi al consumo. Secondo Lang il nuovo crollo del tasso di produzione industriale – che ha toccato il record negativo di 50,7 – è il segnale della recessione in corso in Cina.

Al quarto punto ci sono gli indicatori di produzione: il tasso di crescita del Prodotto interno lordo, che per Pechino si aggira quest’anno intorno al 9 %, è falso. Secondo i dati del professore, infatti, il Pil è in realtà in seria diminuzione. Questo spiegherebbe perché moltissime aziende del settore privato – che secondo alcuni studi garantiscono il 70 % totale del Pil – sono state costrette a chiudere negli ultimi due anni scatenando un’ondata di disoccupazione.

All’ultimo punto c’è la pressione fiscale, che secondo Lang è fra le più alte al mondo: per l’industria (contando imposte dirette e indirette) le tasse arrivano al 70 % dei guadagni totali. Per il privato, il cuneo fiscale è arrivato al 51,6 %. Il professore, chiudendo la lezione, ha detto: “Appena lo tsunami economico inizierà a colpire la Cina, il regime perderà la sua credibilità e il nostro Paese diverrà uno dei più poveri al mondo”.

martedì 29 novembre 2011

CINA – MYANMAR Vertice Pechino-Naypyidaw, aspettando la storica visita della Clinton in Myanmar - Asia News


CINA – MYANMAR Vertice Pechino-Naypyidaw, aspettando la storica visita della Clinton in Myanmar - Asia News

» 29/11/2011 12:50
CINA – MYANMAR
Vertice Pechino-Naypyidaw, aspettando la storica visita della Clinton in Myanmar
Faccia a faccia fra il futuro leader cinese Xi Jinping e il comandante delle Forze armate birmane Min Aung Hlaing. Sicurezza, economia e cooperazione militare al centro dei colloqui. Ma l’attenzione ruota attorno al segretario di Stato Usa, atteso in Myanmar. Timori e incognite per gli equilibri nella regione.

Pechino (AsiaNews) – Garantire la sicurezza per le imbarcazioni lungo il fiume Mekong, rafforzare la cooperazione economico-commerciale fra Pechino e Naypyidaw, “migliorare gli scambi e consolidare la collaborazione” fra gli eserciti cinese e birmano. Sono i punti salienti del vertice tenuto ieri nella capitale cinese fra il vice-presidente – e leader in pectore – Xi Jinping e il comandante delle Forze armate del Myanmar generale Min Aung Hlaing. Il faccia a faccia (nella foto) fra i due alti funzionari precede di pochi giorni la storica visita del segretario di Stato Usa Hillary Clinton in Myanmar, dopo decenni caratterizzati da sanzioni commerciali e tensioni diplomatiche tra Washinton e governo birmano.

Xi, che è anche vice-presidente del Comitato centrale dell’esercito, ha confermato la "storica amicizia” fra Cina e Myanmar, promossa “dai leader delle vecchie generazioni” e sopravvissuta ai “cambiamenti del quadro internazionale”. L’agenzia ufficiale di Stato cinese Xinhua aggiunge che Pechino sosterrà “sempre” il Myanmar nel mantenimento dell’unità nazionale, nello sviluppo economico e nel miglioramento della qualità di vita.

Di contro Naypyidaw, per bocca del generale Min Aung Hlaing, promuove una cooperazione fra gli eserciti e la collaborazione strategica, per salvaguardare la pace e la stabilità della regione. Il militare, secondo quanto aggiunge l’agenzia ufficiale, conferma il sostegno a Pechino per “una sola Cina” e le diatribe sullo status di Taiwan, del Tibet e dello Xinjiang.

Tuttavia, al di là delle dichiarazioni di facciata, le relazioni fra Cina e Myanmar sono offuscate da elementi di tensione. Pechino non ha ancora del tutto digerito la decisione del presidente birmano Thein Sein di interrompere la costruzione della diga di Myitsone, in territorio Kachin. Inoltre nella ex-Birmania – in particolare fra i leader dell’esercito – permane una certa diffidenza verso il gigante cinese, che nella seconda metà del ‘900 ha finanziato e sostenuto a lungo la guerriglia comunista birmana contro l’esercito ufficiale.

Nei prossimi giorni è in programma la storica visita di Hillary Clinton in Myanmar. Il segretario di Stato Usa sarà il più alto funzionario americano negli ultimi 50 anni a mettere piede nel Paese. Diritti umani e sanzioni economiche saranno al centro dei colloqui, ma non è azzardato ipotizzare che gli Stati Uniti proveranno a modificare gli equilibri nella regione, cercando di limitare l’influenza di Pechino.

CINA Pechino annuncia: “Pronti a comprare aziende europee” - Asia News


CINA Pechino annuncia: “Pronti a comprare aziende europee” - Asia News

» 29/11/2011 11:52
CINA
Pechino annuncia: “Pronti a comprare aziende europee”
Con la crisi del debito in tutto il Vecchio Continente, la Cina prepara una delegazione d’affari pronta a investire in Europa circa 400 miliardi di dollari. Niente prestiti, ma acquisizione di obbligazioni statali e azioni. E in cambio l’Ue e gli Usa devono rimuovere le barriere doganali e commerciali.

Pechino (AsiaNews) - Il governo cinese guiderà una delegazione di affari in Europa entro i primi giorni del prossimo anno: con le nazioni europee in piena crisi del debito, Pechino spera di acquistare a poco prezzo obbligazioni statali e partecipazioni nel settore pubblico. La conferma viene dal ministro cinese del Commercio Chen Deming, secondo cui “come governo, spingeremo le nostre compagnie a investire in quelle europee”.

Il ministro ha parlato con il Global Times, la versione internazionale del Quotidiano del Popolo: “Alcune nazioni europee stanno affrontando una dura crisi del debito e sperano di convertire le proprie azioni in denaro contante. Spingeremo le nostre aziende ad acquistare compagnie europee”. La cifra complessiva di investimenti, secondo alcuni, si aggira intorno ai 400 miliardi di dollari.

Chen ha però “avvertito” la controparte europea e statunitense: dato che le aziende cinesi affrontano diversi problemi nell’investire all’estero “le autorità di quei Paesi che cercano investimenti cinesi devono aprire ancora di più i propri mercati, eliminando barriere e ostacoli inutili. Apriremo le casse, ma le altre economie devono rispondere in maniera positiva”.

Il ministro non ha chiarito quali e quante nazioni la delegazione intende visitare. Tutti i leader europei hanno chiesto alla Cina – la seconda economia mondiale – di aiutare l’Eurozona distribuendo “fondi di prestito”, ma fino ad ora Pechino non aveva risposto.

ASIA - ITALIA Finanziamenti del FMI, debito sovrano e sovranità - Asia News


ASIA - ITALIA Finanziamenti del FMI, debito sovrano e sovranità - Asia News

» 29/11/2011 12:39
ASIA - ITALIA
Finanziamenti del FMI, debito sovrano e sovranità
di Maurizio d'Orlando
La debole smentita della notizia di un prestito del Fondo monetario all’Italia - che si trova, suo malgrado al centro di una vicenda economica di portata mondiale - sembra confermare la possibilità che ci indirizzi verso i nuovi Diritti speciali di prelievo (DSP). L’oro della Banca d’Italia e l’interesse del cartello mondiale delle banche.

Milano (AsiaNews) - Una vera e propria notizia bomba ha scosso il fine settimana di coloro che si occupano di finanza e di macro-economia per quanto pubblicato domenica scorsa da La Stampa[1].

Secondo il quotidiano, il Fondo Monetario Internazionale (FMI), starebbe preparando un finanziamento per un ammontare “compreso fra 400 e 600 miliardi di euro al fine di dare al governo Monti 12-18 mesi di tempo per varare le necessarie riforme, alleviandolo dalla necessità del rifinanziamento del debito”.

La notizia sembra riguardare solo l’Italia, ma in questo momento il Paese, suo malgrado, si trova al centro di una vicenda economica di portata mondiale, come dimostra, tra l’altro, l’affermato interesse della Cina per i debiti sovrani europei in generale e italiano in particolare.

Tornando al prestito del FMI, esso avverrebbe a tassi fra il 4 e 5 per cento, inferiori al 7-8 per cento annuo, il livello toccato nelle ultime settimane dagli interessi definiti nelle aste dei titoli di Stato italiani. L’entità della cifra è enorme e come fanno notare il giornalista del La Stampa e varie altre fonti l’FMI non dispone attualmente delle risorse per fornire la facilitazione finanziaria proposta. Secondo l’articolista l’ipotesi è quella dall’emissione di nuovi Diritti speciali di prelievo (DSP), coordinata con la Banca centrale europea (BCE) guidata da Mario Draghi. Il progetto sarebbe così avanzato che in merito ci sarebbe stata una telefonata fra il presidente del Consiglio italiano Monti ed il nuovo direttore dell’FMI, Christine Lagarde.

La notizia è stata smentita nella mattinata di lunedì da un portavoce dello stesso FMI, che non ha voluto peraltro essere identificato. Eppure, Molinari, l’estensore dell’articolo della Stampa, si è esposto con il proprio nome ed è persona nota per la sua introduzione presso ambienti finanziari di livello estremamente alto, oltre che per essere di solito accurato nei suoi resoconti. La smentita lascia perciò perplessi e sembra piuttosto fiacca, il disappunto per un’informazione sfuggita prematuramente. L’ipotesi descritta, prospettata dalla Stampa sarebbe, per altro, una clamorosa riprova dello scenario specifico anticipato lo scorso settembre da AsiaNews [2]: chiedendo scusa per l’autocitazione ne riportiamo alcuni pezzi per ribadire il concetto e cioè che la crisi è interamente pre-orchestrata già da molto tempo. “A questo punto si deve inserire un colpo di scena, un ribaltamento di sorti: la Federal Reserve annuncia che, insieme al Fondo monetario internazionale, interverrà per salvare l’Euro, a condizione che i Paesi europei facciano la loro parte. È una mossa geniale, le borse mondiali si riprendono, all’apparenza, le sommosse cessano. Berlusconi, però, deve andare via, comunque, perché così è scritto sulla scaletta”.

Quello che ci aveva permesso di prevedere le mosse non era la palla di vetro (che non possediamo), ma l’artificiosità dell’attacco al debito pubblico italiano: da quasi vent’anni il debito dell’Italia veleggia sul 120 % del PIL e le agenzie di rating, seguite da nugoli di acuti gestori di fondi, se ne accorgevano solo in questi mesi.

La notizia debolmente smentita è inquietante, perché nell’articolo si fa notare che l’FMI e la BCE non dispongono delle risorse necessarie per fornire il prestito all’Italia. È logico, perciò, chiedersi da dove potrebbe arrivare tutta questa abbondante moneta, visto che USA, Europa e Giappone già non hanno fondi per sé e che i Paesi emergenti con maggiore liquidità, Cina, India e Brasile non sembrano smaniosi di intervenire a sostegno di chicchessia? Ci viene un sospetto e riguarda, avete indovinato, le circa 2500 tonnellate d’oro[3] detenute dalla Banca d’Italia, l’istituto di emissione monetaria. Nel luglio 2009, l’ex ministro del Tesoro Tremonti aveva dichiarato ad una commissione del Parlamento italiano che tale oro appartiene al popolo italiano, ed aveva raccolto il pieno consenso e sostegno di maggioranza ed opposizione.

Le banche private erano, invece, insorte ed avevano all’unisono sostenuto che la proprietà dell’oro era della Banca d’Italia. Questa accorata perorazione dell’Istituto che è il controllore di banche e finanziarie non deve stupire. La Banca d’Italia, infatti, è di proprietà per il 94,33% di banche e assicurazioni private. Oggi, dopo il golpe tecnocratico ed il commissariamento dell’Italia, al posto di Giulio Tremonti a capo del dicastero c’è il super-ministro per l’economia Corrado Passera. Fino a pochi giorni fa Passera era consigliere delegato di Banca Intesa ed espressione di chi tale banca controlla. Ebbene, proprio Banca Intesa è il maggiore azionista della Banca d’Italia ed il fatto è che di recente le sue quotazioni in borsa sono scese. La ragione è che all’attivo del suo bilancio Banca Intesa detiene un grande quantità di BOT e BTP. Come è noto nelle ultime settimane le aste dei titoli di Stato italiani sono andate piuttosto male: i mercati finanziari, cioè un piccolo pugno di gestori di fondi che dispongono di enormi capitali, hanno iniziato a diradare, seguendo le indicazioni dei bollettini portaordini, le proprie offerte di riacquisto di titoli italiani e questo ha provocato un rialzo dei tassi d’interesse. Con l’aumento dei tassi d’interesse, i titoli emessi in precedenza con una cedola più bassa, è ovvio, hanno subito dei forti deprezzamenti. Questo ovviamente spiega, a sua volta, la caduta del valore del patrimonio netto di Banca Intesa e la flessione delle quotazioni di borsa della banca di cui Passera era CEO fino a pochi giorni fa. Ora, se il nuovo ministro del Tesoro Passera cede all’FMI l’oro italiano, ottiene liquidità monetaria e non deve rifinanziarsi. Così le quotazioni dei BOT e BTP si riprendono ed allo stesso modo si risolleva il valore di borsa delle banche e di Banca Intesa in particolare. Poiché la remunerazione e la liquidazione di un consigliere delegato di una grande banca è in gran parte determinata da bonus legati al valore di borsa delle azioni, è davvero difficile negare un conflitto d’interessi e una confusione dei ruoli tra controllore e controllati.

Per chi supponesse che per l’Italia possa essere conveniente spossessarsi del proprio oro pur di uscire vogliamo riportare alcune semplici considerazioni. Secondo i dati del World Gold Council al novembre 2011 l’ammontare dell’oro detenuto dalle banche centrali di tutto il mondo era a pari a 30'708,3 tonnellate[4]. L’Italia è il quarto detentore ufficiale al mondo di riserve d’oro, dopo gli USA (8'133,5 tonnellate), la Germania (3'401,0 t.) e l’FMI (2'814,0 t.) e le sue riserve auree costituiscono il 7,98% di quelle mondiali, mentre il PIL dell’Italia è il 3,35% di quello mondiale in base ai dati della Banca Mondiale (riferiti al 31/12/2010). Inoltre se utilizziamo una definizione abbastanza ristretta di moneta, la M2[5], il totale della liquidità monetaria è il 120,6 % del PIL mondiale[6], pari a circa 73'510 miliardi di dollari. Se impieghiamo invece una definizione più ampia (e più corretta) di liquidità finanziaria che includa anche il credito (la “moneta bancaria”) ed il debito pubblico arriviamo ad un totale di oltre 150'000 miliardi di dollari[7]. Consideriamo che secondo il World Gold Council l’oro estratto nel mondo dall’inizio della storia sono state circa 165'600 tonnellate[8].

Quella che segue è una tabella molto semplice[9] che indica il valore di un grammo d’oro in dollari. Il paragone più calzante sarebbe quello del rapporto tra M2 e oro totale delle riserve delle banche centrali e cioè 2'450 $ per grammo, a fronte di una quotazione che attualmente è di circa 55 $ per grammo. Si tratta, ovviamente di un calcolo puramente teorico che implica un rapporto di 1 a 1, cioè che per ogni unità monetaria vi sia una corrispondente copertura aurea per il 100 % del valore.

TABELLA

M2/oro riserve $ 2.450
liquidità/oro riserve $ 5.000
liquidità/oro totale $ 906
M2/oro totale $ 444


Un altro paragone ci da un idea di quanto sarebbe vantaggioso per il cartello mondiale delle banche ed invece quanto sarebbe dannoso per i comuni cittadini italiani. Nell’agosto 1982 l’indice della borsa americana (il Dow Jones Industrial Average, DJIA) era pari ad un po’ meno di 780 e l’oro era un po’ meno di $ 350 per oncia. Attualmente il DJIA è a circa 11'600, con un incremento di circa 15 volte (il 1500%). Applicando tale moltiplicatore si ottiene un valore dell’oro di circa 5'250 $ oncia, pari a circa $ 168 al grammo, circa tre volte il valore attuale dell’oro.

Comunque lo si calcoli, il valore, di lungo termine, ben inteso, delle 2'451,8 tonnellate dell’oro è ben superiore: applicando il valore derivato dal rapporto M2/oro riserve (2'450 $ per grammo) arriveremmo a circa 4'400 miliardi di euro, ben superiore a tutto il debito pubblico italiano che attualmente è pari a circa 1'850 miliardi di euro.

Si tenga inoltre presente che l’FMI applicherebbe condizioni durissime al prestito accordato e che in tali condizioni l’Italia non riuscirebbe più piazzare i propri BOT e BTP. Infatti una delle condizioni che l’FMI tassativamente impone a tutti i prestiti che concede è quello della precedenza del proprio credito su qualsiasi altro. Nessun altro investitore sarebbe perciò pronto a fornire risorse fresche per ottenere titoli di credito subordinati. L’Italia perciò perderebbe di fatto la propria sovranità E se questo è stato possibile portare in un grande Paese di antiche tradizioni industriali che cosa ne sarà in realtà meno consolidate?

lunedì 28 novembre 2011

L'opposizione Siriana: l'azione della Lega Araba segna l'inizio di una nuova era per il paese

Sadristi e Hezbollah hanno partecipato alla repressione: la carta (1513 con i CONFINI ATTUALI SOVRAPPOSTI) aiuta capire perchè....Sempre di anime PERSE si tratta...


L'opposizione Siriana: l'azione della Lega Araba segna l'inizio di una nuova era per il paese
Mentre i lealisti regime sono infuriati per la sospensione dalla Lega Araba della Siria, attivisti e esponenti dell'opposizione hanno tirato un sospiro di sollievo e hanno salutato la decisione come un passo nei confronti della Siria per il raggiungimento della libertà per la quale sta lottando.

Infine, la foglia di fico araba è stato strappata al regime del presidente Bashar al-Assad, ha detto il giornalista siriano Bassam Gaara.

"Questa copertura è quella che ad Assad ha dato una possibilità dopo l'altra, e ciò, a sua volta, ha portato alla uccisione molti più civili siriani", ha detto ad Al Arabiya.

Nonostante la sospensione sia vista come un passo positivo, Gaara ha avvisato che vi sarà una risposta violenta da parte del regime siriano.

"Il regime reagisce con più uccisioni e la repressione, ma contiamo sulle persone che hanno raggiunto il punto di non ritorno e che continueranno la loro lotta fino a quando non vinceranno".

Gaara ha aggiunto che la preoccupazione principale è porre fine alla crisi con il minor numero di danni possibile, e sottolineato l'importante ruolo dell'esercito siriano nel raggiungere questo fine.

"Chiediamo all'esercito siriano di astenersi dall'eseguire l'ordine di Bashar al-Assad di uccidere civili innocenti."

Il segretario generale del blocco siriano unificato, Wahid Sakr, ha benedetto l'azione della Lega Araba come frutto degli sforzi del popolo siriano e ha detto che l'esercito e il presidente sono ora lasciati con poche opzioni.

"L'esercito deve smettere di versare il sangue dei siriani e Bashar al-Assad deve dimettersi subito", ha detto ad Al Arabiya.

Sakr aggiunto che il prossimo stadio richiede il coinvolgimento del Consiglio di sicurezza dal momento che la questione siriana si sposta dalla scena araba alla scena internazionale.
"E 'giunto il momento per il Consiglio di Sicurezza a prendere le sue responsabilità nei confronti della crisi in Siria."

Per quanto riguarda l'obiezione del Libano alla sospensione, Sakr ha detto che non ne era sorpreso.

"Questo è il governo di Hezbollah, le cui milizie hanno preso parte all'assassinio del popolo siriano".

L'astensione dal voto dell'Iraq, ha spiegato Sakr , era ugualmente prevista.

"Le milizie del religioso sciita Moqtada al-Sadr hanno partecipato anche loro alla strage della nostra gente".

L'attivista islamico siriano Abu Shakir ha concordato con Gaara per quanto riguarda la reazione del regime siriano .

"Ovviamente il regime risponde con altra violenza, poiché raggiungere i più alti livelli di repressione è l'unico mezzo di cui dispone al fine di rimanere al potere."



Articolo originale

Live updates: Elections get underway | Al-Masry Al-Youm: Today's News from Egypt


Live updates: Elections get underway | Al-Masry Al-Youm: Today's News from Egypt

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domenica 27 novembre 2011

Dal blog di Paolo GUZZANTI

Ho votato la fiducia a Monti, che ho incontrato e con cui ci siamo scambiati un saluto cordiale: “Auguri prof e presidente”.”Anche a lei, ben noto Guzzanti…” Epilogo di una nuova partenza. La politica si è suicidata per codardia: i partiti sono tutti colpevoli, mentono tutti. In fondo Napolitano ha tirato Monti fuori dal cappello e quello giura di essere un bravo ragazzo e di non volersi approfittare della mensa imbandita e abbandonata vigliaccamente da tutti, che scappano facendo la riverenza e meditando inciuci. A questo punto (on s’engage et après on voit) non resta che fare due cose: tallonare da vicino il governo e scatenare la rivolta politica nei partiti politici. Vogliamo fare tutti insieme il gioco di piantarla di ripetere banalità come se ci pagassero? Perché quelli di destra non accusano la destra di aver fallito e quelli di sinistra non accusano la sinistra di non esistere e di essere codarda? Fare bunga bunga con la coscienza è più osceno che farla con le escort.

Rivoluzione Italiana

Siria: espulsione per padre Paolo - ATTUALITA


Siria: espulsione per padre Paolo - ATTUALITA

MEDIORIENTE
Siria: espulsione per padre Paolo
Il monaco italiano ha proposto un sistema politico democratico.


Paolo Dall'Oglio.

Padre Paolo dall'Oglio, monaco italiano, da 30 anni in Siria, fondatore della comunità monastica di Mar Musa e da mesi impegnato negli sforzi di riconciliazione interna, deve essere espulso dal Paese. Lo hanno deciso le autorità di Damasco, secondo notizie confermate all'Ansa dallo stesso padre gesuita.
«La decisione riguardo alla mia persona è stata già presa ed è stata comunicata dal ministero degli esteri (siriano) al mio vescovo», ha detto padre Paolo, raggiunto telefonicamente nel convento di Mar Musa, nella regione desertica di Nebek a circa 80 km a nord di Damasco. «Già nei giorni scorsi mi era stata comunicata la decisione» ha affermato il 57enne monaco nato a Roma «ma vi è ora stata una fuga di notizie di cui non sono responsabile e che mi rammarica molto perché toglie spazio alla mediazione».
IN PRIMA LINEA DA 30 ANNI. Nei mesi scorsi, padre Paolo, dai primi anni '80 in Siria e autore della rinascita dell'antico monastero di San Mosé l'Abissino, si era fatto promotore di un tentativo di mediazione nella difficile situazione nel Paese scosso da otto mesi e mezzo da proteste anti-regime e dalla conseguente repressione. Nel suo testo, proponeva l'approdo a un sistema politico democratico basato sul consenso tra le varie comunità confessionali, etniche, ideologiche e sociali della Siria.
«Bisogna evitare il bagno di sangue», ha aggiunto, affermando che i prossimi mesi potranno vedere un inasprirsi delle violenze rispetto a quanto avvenuto sin d'ora. Un bilancio datato dell'Onu stima in oltre 3.500 il numero di siriani uccisi dal 15 marzo ai primi di novembre. Nonostante la decisione delle autorità di Damasco nei confronti di padre Paolo sia stata già presa, il monaco gesuita non si è arreso e, in cambio della sua permanenza in Siria, ha deciso di proporre, «tramite il vescovo, di interrompere la mia attività di partecipazione alla discussione politica. Perché i miei doveri ecclesiali sono più importanti, ma anche perché evidentemente non è apprezzata».
ALTRE 10 VITTIME. Nel frattempo, altri 10 civili, tra cui un adolescente di 14 anni, sono stati uccisi il 27 novembre in diverse parti della Siria dalle forze di sicurezza di Damasco: lo hanno riferito gli attivisti per i diritti umani. Cinque persone sono state uccise nei pressi di Homs, ha affermato l'Osservatorio siriano per i diritti dell'uomo, dove sono scoppiati violenti scontri tra l'esercito e i gruppi di disertori.
L'agenzia ufficiale Sana ha affermato che i militari di Damasco hanno ucciso 12 uomini armati e aver effettuato numerosi arresti a Homs, per debellare i «gruppi terroristi».
Domenica, 27 Novembre 2011

sabato 26 novembre 2011

Va in parrocchia, il marito la uccide


Rachida Radi, la donna uccisa dal marito a Brescello

Va in parrocchia, il marito la uccide
Reggio Emilia, marocchina presa a martellate.
Si stava convertendo e separando

I volontari cattolici: «Rachida picchiata. Aveva iniziato un percorso verso una fede nuova»

Va in parrocchia, il marito la uccide

Reggio Emilia, marocchina presa a martellate.
Si stava convertendo e separando


BRESCELLO (Reggio Emilia) - Nella mano sinistra stringeva l'atto di separazione chiesto dalla moglie Rachida alle autorità marocchine: il grande affronto. Nella destra, il martello: la punizione. Uno, due, tre, dieci colpi per spezzare quella donna che gli stava sfuggendo, che «voleva cambiare vita», che aveva smesso di portare il velo, si sforzava di parlare italiano, frequentava altre mamme e aveva trovato negli ambienti della parrocchia, tra i volontari della Caritas e il gruppo ricreativo per i bambini, aiuto, solidarietà e parole nuove. Intollerabile per Mohamed El Ayani, 39 anni, figlio del profondo Marocco, musulmano osservante, la famiglia vissuta come una proprietà. La sola idea che qualche amico potesse irriderlo per le frequentazioni cattoliche della sua donna ha spento anche l'ultima luce nella mente dell'uomo, che ha colpito Rachida Radi, 35 anni, fino a sfondarle il cranio. «Voleva lasciarmi...» ha poi biascicato in uno sdrucciolevole italiano ai carabinieri, ai quali si è presentato un'ora dopo, insanguinato e con in braccio la figlia piccola di 4 anni, che probabilmente ha assistito al delitto, è il sospetto degli inquirenti, anche se l'omicida confusamente nega.

Per saperne di più

venerdì 25 novembre 2011

Mario Monti promosso da Merkel e Sarkozy ma niente Eurobond - PMI.it


Mario Monti promosso da Merkel e Sarkozy ma niente Eurobond - PMI.it

Governo Monti promosso da Merkel e Sarkozy, ma niente Eurobond
Mario Monti ha incontrato in un mini vertice a Strasburgo Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, dai quali ha ricevuto pieno appoggio e fiducia sul piano di riforme per l'Italia.
Noemi Ricci - 25 novembre 2011



Mario Monti conquista Francia e Germania, o meglio Angela Merkel e Nicolas Sarkozy. Il nuovo Presidente del Consiglio italiano ha incontrato ieri la cancelliera tedesca ed il presidente francese a Strasburgo per un “mini-vertice” per discutere del futuro dell’euro tra le tre più grandi potenze economiche dell’eurozona.

Già in questa definizione dell’incontro si legge un cambio di regime nell’opinione che hanno all’estero del presente Governo, guidato da Mario Monti, rispetto al precedente Governo Berlusconi.

La stessa Merkel nelle settimane scorse aveva dichiarato ai giornalisti che il problema dell’Italia non era di stampo economico ma politico.

E ora ci si aspetta che Monti rassicuri il resto dell’Europa sugli sforzi che l’Italia metterà in atto per risollevare il Paese e scongiurare il rischio default.

Sarkozy si è dichiarato fiducioso su questo fronte e ha manifestato la volontà di «sostenere Monti nella sua politica di riforme e risanamento finanziario». Pieno appoggio al Governo Monti anche da Merkel che rivolgendosi al premiér afferma «saremo là ogni volta che ne avrà bisogno».

Sul fronte comunitario il vertice trilaterale ha parlato del ruolo della BCE nella lotta contro la crisi che sta minacciando pesantemente l’Euro. Insieme hanno ribadito la piena fiducia nella banca centrale e si sono impegnati per la modifica del trattato Ue per migliorare la governance della zona Euro. Per Merkel però questa revisione non dovrebbe coinvolgere la BCE, mentre Sarkozy ha proposto che la Banca centrale acquisti i debiti dei Paesi in difficoltà per evitare il contagio della crisi del debito nella zona euro e Monti l’emissione di euro-obbligazioni per «mutualizzare il rischio finanziario in Europa».

È evidente per tutti la gravità della situazione nella zona euro, che sta causando l’importante perdita di fiducia dei mercati. Monti, Merkel e Sarkozy hanno quindi concordato sulla necessità di un impegno comune per garantire la stabilità della moneta unica e si sono dati appuntamento a Roma.

CINA I super-ricchi cinesi cercano rifugio all’estero - Asia News

CINA I super-ricchi cinesi cercano rifugio all’estero - Asia News

Il 46% si prepara ad emigrare in Usa, Canada, Australia, Singapore. Temono insicurezza e rivolte sociali; desiderano un ambiente pulito e migliore educazione per i figli.

Pechino (AsiaNews) – Quasi la metà dei milionari cinesi sta pensando di emigrare all’estero, preoccupati per la situazione politica, le tensioni sociali e l’inquinamento; il 14% lo ha già fatto o sta preparando le carte per andarsene. Fra le mete più gettonate vi sono Usa, Canada, Singapore e Australia.

È quanto emerge da una ricerca compiuta dall’Hurun Report e dalla Banca di Cina su 980 milionari, la cui ricchezza è superiore a 10 milioni di yuan ciascuno (circa 1,17 milioni di euro).

Il motivo primario che li spinge ad emigrare è la ricerca di una migliore qualità dell’educazione per i loro figli. In questo essi seguono l’esempio dei leader cinesi: si sa che Xi Jinping, probabile successore di Hu Jintao alla presidenza, tiene i suoi figli all’estero per studiare. Insieme all’educazione, si citano anche un ambiente meno inquinato rispetto alle città cinesi e il timore di cibi avvelenati o sofisticati.

Quasi alla pari, vi è il motivo dell’insicurezza sociale del Paese. Negli ultimi anni sono cresciuti i cosiddetti “incidenti di massa”: scioperi, rivolte, proteste. Secondo Sun Liping dell’università Qinghua, nel 2010 sono arrivati a 180mila, quasi il triplo rispetto a tre anni prima. Le rivolte potrebbero portare a scontri, oppure a un cambiamento di politica – magari a un ritorno maoista – che penalizzerebbe chi si è arricchito godendo dei privilegi all’interno del Partito, divenendo oggetto dell’ira della popolazione.

Vi è anche un’insicurezza legale: i tribunali in Cina e le accuse di corruzione o di illegalità si muovono secondo la politica del Partito e delle sue correnti e vi è sempre il rischio di trovarsi dalla parte sbagliata.

D’altra parte, molti di questi milionari hanno spesso accumulato ricchezze attraverso metodi corrotti. Da anni il Partito chiede ai membri (e ai loro familiari) di dichiarare in modo esplicito tutte le fonti di guadagno e le proprietà, ma non è riuscito ad ottenere nulla. Emigrare all’estero è il modo migliore per mantenere al sicuro le ricchezze, sottraendole da possibili controlli.

Ma proprio questo aspetto sta creando problemi nei Paesi di trasferimento. Almeno un terzo degli interrogati dall’inchiesta, dichiara di aver scelto lo schema “migrazione per investimento”. In esso, si offre la residenza a chi può investire un considerevole capitale nel Paese di destinazione. Negli Usa, ad esempio, in questo anno almeno 3mila ricchi cinesi hanno domandato questo tipo di visa. Nel 2007 erano solo 270. Ma proprio gli Usa e altri Paesi domandano documentazione precisa sulle ricchezze possedute e spesso i super-ricchi cinesi non possono presentarla, data l’ambigua provenienza.

Nonostante ciò, in molti Paesi – Usa, Canada, Italia, ecc… - sono nati uffici per aiutare i milionari cinesi a gestire i loro capitali e guidargli negli investimenti.