sabato 17 dicembre 2011

ASIA La crisi mondiale, il debito dell’Europa e quello degli Usa - Asia News


ASIA La crisi mondiale, il debito dell’Europa e quello degli Usa - Asia News


» 16/12/2011 15:37
ASIA
La crisi mondiale, il debito dell’Europa e quello degli Usa
di Maurizio d'Orlando
L’Europa non sta bene. Anche i Paesi del Bric (Brasile, Russia, India, Cina) soffrono. Ma chi sta peggio sono gli Stati Uniti, dove il costo dei salvataggi bancari è di 30mila miliardi. La crisi economica attuale è il fallimento del modello culturale keynesiano e del falso mito della globalizzazione. È urgente riportare nell’economia i concetti di “responsabilità individuale e collettiva” e di “giustizia retributiva”.

Milano (AsiaNews) - Ormai da mesi l’attenzione dei mercati finanziari e dell’informazione economica è focalizzata sull’Europa più che su altre parte del mondo. È stata in primo luogo la situazione in Grecia, poi negli altri Paesi minori ai margini del continente, poi l’Italia ed in seguito la Francia, il cui merito del debito pubblico è a rischio declassamento da parte delle agenzie di valutazione come Moody’s e Standard and Poor's. Quest’ultima poi la settimana scorsa ha avvertito che il declassamento potrebbe toccare in massa 15 Paesi dell’area euro, una mossa davvero senza precedenti, che potrebbe portare ad una situazione d’insolvenza per molte banche europee. A rischio, in prospettiva, c’è anche la Germania e la stessa Banca Centrale Europea, la BCE. Non meraviglia, perciò, che l’euro si sia indebolito rispetto ad altre valute ed in particolare rispetto al dollaro.

L'Europa

C’è forse una guerra di Moody’s e Standard and Poor's contro l’Europa e le banche europee? Non ci è possibile escluderlo, anche se la fragilità costituzionale e la complessità della costruzione dell’euro è evidente. Altrettanto chiaro è che le risorse di cui si discute in Europa sono davvero scarse rispetto alle dimensioni del problema: il fondo “salva stati”– che sarà gestito dalla Bce – sarà di appena 500 miliardi di euro: una goccia rispetto alle dimensioni del debito pubblico dei vari Paesi europei, senza contare quello delle imprese, delle famiglie e quello delle banche e società finanziarie.

Anche dal punto di vista istituzionale le perplessità non sono poche. A rischio in questo campo è l’idea stessa di identità e legittimità costituzionale, la libertà dei suoi popoli, su cui si è fondata per secoli l’Europa. Due Paesi sono stati commissariati, privati del diritto di esprimersi mediante referendum o le opportune elezioni. Il presidente del Consiglio d’Europa, van Rumpuy, un funzionario non eletto, così aveva chiesto e così è stato fatto ad esempio nel suo incontro l’11 novembre scorso, con il presidente della Repubblica italiana Napolitano, così è stato fatto. Al vertice dei governi di Grecia ed Italia, sono stati insediate due persone, Monti e Papademos, che avevano ricoperto importanti incarichi con un passato in Goldman Sachs, una delle più grandi d’affari del mondo.

L’agenda dei loro Parlamenti è stata dettata nei minimi dettagli dalla Bce, un consorzio di banche centrali espressione del mondo delle banche private. Non termina tutto qui, però: l’Europa si avvia a modificare i trattati costitutivi della Ue. Mediante l’unione fiscale verranno introdotte pesanti penali automatiche determinate per via amministrativa da dei funzionari non eletti. Per tentare di salvare l’euro vanno di fatto nel dimenticatoio sia il principio della sovranità popolare che quello della libertà ed autodeterminazione dei popoli, oltre che le diverse identità storiche e culturali. Nonostante tutto ciò, è improbabile che si riuscirà a salvare dal disfacimento la moneta unica europea.

La Gran Bretagna

Altrove la situazione non è però migliore. Al di fuori dell’area dell’euro, sembrerebbe forse navigare in acque più tranquille la Gran Bretagna, ma è solo perché i riflettori sono puntati altrove. Il peso della finanza sull’economia del paese, il peso dell’indebitamento totale (pubblico, delle famiglie, imprese e finanza, finanza) è ben superiore a quello della media della zona euro, veleggia verso un po’ meno del 500% del Pil, appena al di sotto di quello giapponese. Lo ha fatto notare, forse poco graziosamente, Christian Noyer, governatore della Banca di Francia e membro del consiglio della Bce [1]. Quanto sia probabile che il governo Cameron vada oltre il mese di aprile non sappiamo dire. Delle difficoltà del Giappone AsiaNews ha già detto ieri [2].

La Cina e i Paesi del Bric

Della Cina AsiaNews ha riferito spesso (anche ieri [3]). Il segno più evidente delle sue difficoltà è dato dal crollo della bolla immobiliare e delle tante manifestazioni di protesta che si susseguono nel Paese. Il quadro, però, più chiaro del precipizio sul cui orlo si trova l’economia cinese è stato dal prof. Larry Lang [4] : se si considera il debito delle provincie e delle imprese statali - ha affermato - la Cina “è sull’orlo della bancarotta”.

Anche gli altri paesi del gruppo Bric (Brasile, Russia, India, Cina), si trovano in una situazione critica. L’India ha un deficit commerciale di circa 10 miliardi di dollari [5] Usa al mese, pari al 7 – 8 % del Pil su base annua ed ora stanno venendo a mancare i flussi finanziari che lo contro-bilanciavano: le rimesse degli emigrati, a causa delle crisi politiche in Medio Oriente, l’esportazione di servizi ai Paesi occidentali, a causa della crisi, ed ora il deflusso dei capitali speculativi. Una crisi valutaria prosciugherebbe le riserve in poco tempo.

Il Brasile ha anch’esso un deficit commerciale ed in più un tasso di cambio ampiamente sopravvalutato a causa dell’afflusso di capitali speculativi che è probabile cambino presto direzione. Inoltre il Brasile comincia a risentire del rallentamento della domanda cinese di minerali e derrate agricole. Una crisi valutaria rischia di far scoppiare la bolla della crescita trainata dalle esportazioni e di spingere il gigante sudamericano in una profonda recessione della sua economia.

La Russia ha un debito totale basso (d’altra parte è un paese che nel secolo scorso ha avuto ben tre insolvenze sul debito sovrano, un record finora imbattuto in epoca recente), ma ha una struttura industriale in declino. Si salva solo grazie all’esportazione di energia e questa per ora sembra tenere.

L’abisso degli Stati Uniti

Da questo quadro delle maggiori economie manca un elemento fondamentale e sembra per la verità sia sfuggito al radar dell’informazione economica internazionale: è scomparso l’elefante, gli Stati Uniti.

Il confronto tra Europa e Usa si riassume in queste due cifre, diverse ma entrambe riferibili a manovre di salvataggio. Mentre oggi si cerca con fatica di approvare il fondo “salva stati” – per 500 miliardi di euro – l’intervento finanziario negli Usa, deciso nei pochi mesi a cavallo tra l’autunno 2008 e l’inverno 2009, è stato pari 30mila miliardi di dollari , grosso modo due volte il Pil, il valore di tutti i beni e servizi prodotti in un anno negli States. Ad esso vanno ad aggiungersi la QE1 della Fed, lo “Stimolo”, il pacchetto di incentivi e di spese per lo “sviluppo” dell’economia approvato da Obama appena insediatosi alla Casa Bianca, la QE2 e l’operazione “Twist” sempre della Fed. Nonostante tutto ciò, il tasso di disoccupazione ufficiale è attorno al 9 % (era la 5 % nel 2008 prima della crisi), mentre quello autentico, calcolato in base ai più reali parametri ufficiali in uso fino al 1994, è pari ad oltre il 22 % [6]; l’inflazione è al 4 % (quella reale, con le metodologie più veritiere del 1990) è al 7 % mentre con i parametri del 1980 è circa il 12 % [7] ); ed infine la crescita del Pil ufficialmente è inferiore al 2 % – dunque, la ripresa dalla recessione ufficialmente non c’è ancora – ma in realtà il valore è negativo, pari a un - 3 % [8]. È un fallimento di proporzioni inaudite, e lo è in primo luogo per il suo costo, le manovre di cui è detto. Non sono solo cifre, sono una dato concreto visibile nelle città americane, riconoscibile nel numero molto basso di nuove costruzioni che, dal picco precedente la crisi, non si è mai ripreso [9], ed evidenziato dalla debolezza dei prezzi sul mercato immobiliare.

Fallito un modello culturale

Soprattutto è un fallimento che non è imputabile solo ai politici, alla finanza o alle banche centrali, ma ad un modello culturale. È, perciò, un fallimento che il mondo tutto, anche la gente comune, non vuole riconoscere nelle sue cause, perché è stato un sogno troppo bello e suadente. Per questa ragione è stato un modello culturale, quello della modernità contemporanea, che ha goduto di un grande consenso. È in primo luogo il fallimento del keynesianesimo, il modello economico adottato dalla Fed negli ultimi 50 anni, ed a seguire dalle banche centrali e dai governi di tutto il mondo a partire dal 1960, da quando cioè è stato messo in soffitta il principio del pareggio di bilancio. È un fallimento in tutte le sue varianti sia di sinistra fabiana (dove sono le sue origini), che di centro, il modello “renano” e l’economia sociale di mercato, che di destra.

Keynesiana è stata infatti anche la “supply side” reaganiana (che pure ha corretto gli eccessi ereditati dell’emergenza rooseveltiana – l’aliquota massima delle imposte prima di Reagan era pari al 75% del reddito) perché non ha certo mirato alla compatibilità di lungo termine, il debito sostenibile: il tasso d’incremento della spesa pubblica è stato inferiore ad epoche precedenti, ma pur sempre del 3 % annuo.

Keynesiana, a dispetto delle apparenze e delle etichette, è stata anche la lunga stagione di espansione monetaria di Alan Greenspan, il governatore della Fed prima di Bernanke. Alla luce dei fatti, la crescita del debito a lui imputabile, non è che una che delle varianti del keynesianesimo. In questo senso sia il monetarismo – pochi lo ricordano, ma anche Milton Friedman era d’accordo con Keynes – che le “aspettative razionali” della “scuola di Chicago” sono keynesiani.

Keynesiano è Bernanke, come Krugman e Stiglitz, i due consiglieri economici di Obama (come, per altro, è anche il nuovo primo ministro italiano, Mario Monti, allievo di James Tobin, quello della Tobin tax).

Il frutto avvelenato della globalizzazione

Soprattutto, la crisi attuale è il frutto avvelenato della globalizzazione, l’utopia liberoscambista fatta di furbizie mercantiliste cinesi e mercatismo finanziario americano. È, cioè, conseguenza del furto di sovranità imposto al mondo a partire dal 1994, con la costituzione del Wto, l’Organizzazione del Commercio Mondiale. Erano passati 50 anni esatti dagli accordi di Bretton Woods del 1944, da quando era stato dato al dollaro ed alla Fed il ruolo che era stato in epoche precedenti dell’oro. Si formava così una combinazione infernale. Da una parte, la moneta cartacea priva – a partire dal 1971 / 1973 – di ogni contenuto e riferimento reale e, dall’altra parte, la produzione di beni privi di individualità territoriali e culturali.

La soluzione sarebbe il ripristino sia del concetto di responsabilità individuale e collettiva che del principio di giustizia retributiva, il “suum cuique tribuere” [10] , cui i cristiani aggiungono la “caritas” non intesa semplicemente come carità ma come spiegato da San Paolo [11].

Il mondo ama però troppo i suoi errori economici e le sue false teorie, anche quando si dimostrano fallimentari. È così che ci avviamo verso un collasso senza precedenti. Non si parli, però, della profezia Maya: essa non c’entra. Sarà solo una questione di responsabilità umane.

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