UKRAINE

venerdì 25 novembre 2011

CINA I super-ricchi cinesi cercano rifugio all’estero - Asia News

CINA I super-ricchi cinesi cercano rifugio all’estero - Asia News

Il 46% si prepara ad emigrare in Usa, Canada, Australia, Singapore. Temono insicurezza e rivolte sociali; desiderano un ambiente pulito e migliore educazione per i figli.

Pechino (AsiaNews) – Quasi la metà dei milionari cinesi sta pensando di emigrare all’estero, preoccupati per la situazione politica, le tensioni sociali e l’inquinamento; il 14% lo ha già fatto o sta preparando le carte per andarsene. Fra le mete più gettonate vi sono Usa, Canada, Singapore e Australia.

È quanto emerge da una ricerca compiuta dall’Hurun Report e dalla Banca di Cina su 980 milionari, la cui ricchezza è superiore a 10 milioni di yuan ciascuno (circa 1,17 milioni di euro).

Il motivo primario che li spinge ad emigrare è la ricerca di una migliore qualità dell’educazione per i loro figli. In questo essi seguono l’esempio dei leader cinesi: si sa che Xi Jinping, probabile successore di Hu Jintao alla presidenza, tiene i suoi figli all’estero per studiare. Insieme all’educazione, si citano anche un ambiente meno inquinato rispetto alle città cinesi e il timore di cibi avvelenati o sofisticati.

Quasi alla pari, vi è il motivo dell’insicurezza sociale del Paese. Negli ultimi anni sono cresciuti i cosiddetti “incidenti di massa”: scioperi, rivolte, proteste. Secondo Sun Liping dell’università Qinghua, nel 2010 sono arrivati a 180mila, quasi il triplo rispetto a tre anni prima. Le rivolte potrebbero portare a scontri, oppure a un cambiamento di politica – magari a un ritorno maoista – che penalizzerebbe chi si è arricchito godendo dei privilegi all’interno del Partito, divenendo oggetto dell’ira della popolazione.

Vi è anche un’insicurezza legale: i tribunali in Cina e le accuse di corruzione o di illegalità si muovono secondo la politica del Partito e delle sue correnti e vi è sempre il rischio di trovarsi dalla parte sbagliata.

D’altra parte, molti di questi milionari hanno spesso accumulato ricchezze attraverso metodi corrotti. Da anni il Partito chiede ai membri (e ai loro familiari) di dichiarare in modo esplicito tutte le fonti di guadagno e le proprietà, ma non è riuscito ad ottenere nulla. Emigrare all’estero è il modo migliore per mantenere al sicuro le ricchezze, sottraendole da possibili controlli.

Ma proprio questo aspetto sta creando problemi nei Paesi di trasferimento. Almeno un terzo degli interrogati dall’inchiesta, dichiara di aver scelto lo schema “migrazione per investimento”. In esso, si offre la residenza a chi può investire un considerevole capitale nel Paese di destinazione. Negli Usa, ad esempio, in questo anno almeno 3mila ricchi cinesi hanno domandato questo tipo di visa. Nel 2007 erano solo 270. Ma proprio gli Usa e altri Paesi domandano documentazione precisa sulle ricchezze possedute e spesso i super-ricchi cinesi non possono presentarla, data l’ambigua provenienza.

Nonostante ciò, in molti Paesi – Usa, Canada, Italia, ecc… - sono nati uffici per aiutare i milionari cinesi a gestire i loro capitali e guidargli negli investimenti.

EGITTO Nuova “marcia da un milione” oggi al Cairo per cacciare il governo dei militari - Asia News

EGITTO Nuova “marcia da un milione” oggi al Cairo per cacciare il governo dei militari - Asia News

Oltre 30 partiti politici e i sindacati nella prova di forza contro il Consiglio supremo delle Forze armate, che conferma le elezioni del 28 novembre e nomina un nuovo Primo ministro. Assenti i Fratelli musulmani, che si riuniranno in un altro luogo.

Il Cairo (AsiaNews/Agenzie) – Piazza Tahrir si sta cominciando a riempire per una nuova “marcia da un milione” convocata da oltre 30 partiti politici per oggi, dopo la preghiera del venerdì, per chiedere che il Consiglio supremo delle Forze armate (Scaf) e il suo capo, Hussein Tantawi, passino immediatamente i propri poteri a un’autorità civile. Altre richieste secondarie sono la formazione di un governo di “emergenza nazionale”, il rilascio degli attivisti arrestati a Maspero e a Tahrir, il processo per i responsabili delle uccisioni dei manifestanti e una ristrutturazione radicale del ministero degli Interni. I grandi assenti dalla manifestazione sono il partito Wafd (liberale) e soprattutto i Fratelli musulmani, che daranno vita a una manifestazione separata.

Il Consiglio supremo ha già rigettato le richieste che verranno ribadite in piazza oggi; ha confermato che il primo appuntamento elettorale fra quelli previsti si svolgerà il 28 novembre prossimo; e ha nominato un nuovo Primo ministro, in sostituzione di Essam Sharaf, dimessosi il 23 novembre. Il nuovo premier è Kamal Ganzouri, che ha già ricoperto questo ruolo nell’era Mubaraka, dal 1996 al 1999. La nomina è criticata perché Ganzouri è un esponente delle vecchia guardia, legato ai vertici del regime e ai militari, anche se aveva preso le distanza dal Rais tempo prima che scoppiasse la crisi.

La protesta di oggi è appoggiata dalla Federazione dell’unione dei sindacati egiziani, mentre un’altra organizzazione sindacale ha proclamato uno sciopero per oggi a sostegno della manifestazione. Nel frattempo il ministero della Sanità ha rivelato che 41 persone sono rimaste vittima degli scontri dei giorni scorsi. Il Consiglio ha espresso le sue condoglianze e promesso che le famiglie delle vittime saranno indennizzate. Ma la situazione è estremamente instabile e piena di rischi, anche per i giornalisti. Alcuni sono rimasti feriti e un gruppo di osservazione ha sconsigliato giornali e televisioni dall’inviare donne giornaliste in Egitto, dal momento che si sono verificati almeno due casi di aggressioni sessuali da parte di agenti della sicurezza in borghese ai loro danni: una francese e una con nazionalità egiziana ed americana.

EGITTO Giovane copto: per il nuovo Egitto, né esercito, né estremisti - Asia News

EGITTO Giovane copto: per il nuovo Egitto, né esercito, né estremisti - Asia News

Nagui Diamiam racconta la ritrovata unità degli egiziani che manifestano in piazza Tahrir. I Fratelli musulmani forti e organizzati, ma distanti dalle esigenze dei giovani. Una vittoria degli estremisti contro l’esercito darebbe il via a una guerra civile con le forze moderate. L’esodo dei cristiani.

Il Cairo (AsiaNews) - “La situazione è molto instabile e incerta. Noi giovani, cristiani e musulmani, siamo fiduciosi che la costruzione di un Egitto democratico e laico sia possibile e ci stiamo battendo per questo”. È quanto afferma Nagui Diamiam, 30 anni, copto cattolico che in questi giorni ha partecipato alle manifestazioni di piazza Tahrir contro l’esercito. Per il giovane gli egiziani che stanno guidando le proteste non vogliono essere governati nè dagli estremisti né dall’esercito. “La salita al potere dei gruppi radicali islamici – sottolinea - porterebbe alla guerra civile”.

Intanto continuano gli scontri fra manifestanti e forze dell’ordine in piazza Tahrir. Fonti di AsiaNews raccontano di diversi feriti e intossicati dai gas lacrimogeni, che ieri hanno ucciso una giovane donna incinta di tre mesi. Oggi il Consiglio superiore dell’esercito ha chiesto scusa per l’eccessivo uso della forza e per la morte di diversi “figli fedeli dell’Egitto”. La situazione di caos rischia di far saltare il voto del 28 novembre. Per i manifestanti la violenza di questi giorni non è compatibile con le libere elezioni”.

Nagui spiega che “a unire cristiani e musulmani è stato il massacro dei copti dello scorso 9 ottobre, costato 28 morti. Da allora molti islamici moderati hanno stretto solidarietà con i cristiani e accusano l’esercito di voler dividere il Paese”. Questa solidarietà si trova in diversi livelli della società, soprattutto nella maggiori città, il Cairo ed Alessandria. Il giovane racconta che “in questi sei mesi si sono costituiti diversi partiti democratici misti, che hanno al loro interno membri della comunità copta e islamica. Le divisioni continuano ad esserci, ma ora tutti, cristiani e musulmani, stanno combattendo fianco a fianco contro l’esercito e per un nuovo Egitto e da giorni in piazza occupano piazza Tahrir.

Purtroppo questa unità non è del tutto presente negli alti livelli della politica, dove si tende ad agire per appartenenza religiosa. “Al momento – afferma – chi guida la politica sono i Fratelli musulmani e i salafiti, che da decenni attendono queste elezioni per salire al potere. Essi sono molto organizzati e a differenza di noi giovani hanno grandi disponibilità economiche. In questi mesi i Fratelli musulmani hanno più volte annunciato che in caso di voto avrebbero la maggioranza dei seggi. Tali affermazioni si basano sull’elezione interna del sindacato dei medici, vinta dal loro partito e utilizzata come proiezione elettorale”.

Sull’eventuale posticipo del voto chiesto a gran voce dalla piazza, Nagui Diamiam spiega che “molti di noi sono divisi sul da farsi e pensano che rimandare le elezioni porterebbe ancora più potere ai militari. Altri invece sono convinti che con questo clima di tensione sia impossibile votare. I rischi di manipolazione e nuove violenze sono troppo alti. È giusto che la gente partecipi alle elezioni senza paura”.

Il giovane racconta che “molti cristiani stanno fuggendo dal Paese, timorosi di una vittoria dei partiti islamici. I sacerdoti, cattolici e ortodossi e i membri più attivi delle comunità fanno di tutto per fermare questo esodo. In questo momento la comunità deve essere unita. Il nostro dovere è stare qui ora e facilitare le libere elezioni”.

“Noi cristiani – afferma - vogliamo fare del nostro meglio per queste elezioni e lo faremo insieme ai musulmani moderati. Ci sono molti partiti guidati da islamici che sono contro lo strapotere dei Fratelli musulmani e sono pronti a sostenere i movimenti democratici”. (S.C.)

giovedì 24 novembre 2011

CINA Cina, la tempesta si sposta sulle banche: “Costruite sulla sabbia” - Asia News

CINA Cina, la tempesta si sposta sulle banche: “Costruite sulla sabbia” - Asia News


» 24/11/2011 12:42
CINA
Cina, la tempesta si sposta sulle banche: “Costruite sulla sabbia”
Jim Chanos, fondatore e presidente del Fondo di investimento Kynikos, lancia l’allarme: “Il sistema bancario cinese è estremamente fragile, fate attenzione”. E svende le azioni bancarie cinesi in suo possesso. Il governo corre ai ripari e favorisce il credito al consumo. Aumenta il rischio inflazione.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) - Le banche cinesi sono “estremamente fragili, sembrano costruite sulla sabbia: gli investitori non hanno i capitali necessari per riparare ai danni provocati da prestiti non resi”. È l’opinione di Jim Chanos, fondatore e presidente del Fondo di investimento Kynikos, che conta su un capitale di investimento pari a 6 miliardi di dollari. Al momento Chanos si sta liberando delle quote della Agricultural Bank of China, una delle maggiori banche statali cinesi.

Secondo il finanziere “l’intero sistema bancario è costruito sulla sabbia, un concetto che la maggior parte della gente non sembra afferrare. Sembra che tutti lo ritengano un libro aperto, quando non è così”. In effetti i segnali ci sono tutti: il tasso Msci China Financial (che registra le azioni bancarie) ha abbassato di 32 punti percentuali il grado di sicurezza dei prestiti. E il mercato immobiliare è sempre più vicino al collasso.

Tutto questo potrebbe creare in potenza uno scossone sociale di enormi proporzioni: per questo, il governo centrale continua a inserire capitali sui mercati e a riparare ai danni compiuti da speculatori e affaristi. La Central Huijin Investment Ltd. – una branca del fondo governativo di sicurezza – ha iniziato a comprare azioni delle Quattro Grandi (le banche di Stato) al momento in seria difficoltà.

La Banca centrale cinese (Pboc) ha poi annunciato la riduzione dei tassi sulla riserva minima obbligatoria per più di venti piccole banche rurali: in questo modo si consente loro di aumentare i prestiti concessi. La Banca centrale ha dichiarato poi che la politica monetaria restrittiva - messa in atto dallo scorso anno – sarà riportata “a tempo debito a una dimensione appropriata”. Le riserve minime rappresentano la parte dei depositi che le banche devono depositare presso la banca centrale e che non possono essere utilizzate per concedere prestiti. Gli obblighi di riserva delle banche coinvolte caleranno dal 16,5 al 16 per cento.

SIRIA La Lega araba decide quali sanzioni prendere contro Damasco - Asia News

SIRIA La Lega araba decide quali sanzioni prendere contro Damasco - Asia News

» 24/11/2011 11:37
SIRIA
La Lega araba decide quali sanzioni prendere contro Damasco
Cresce la pressione internazionale sul regime di Assad. Ieri la Francia ha definito “interlocutore legittimo” il Consiglio nazionale siriano, il maggior organismo di opposizione. E sta prendendo piede l’idea di corridoi umanitari, o di una no-fly zone gestita da turchi e arabi.

Damasco (AsiaNews/Agenzie) – I ministri degli Esteri della Lega araba si riuniscono oggi al Cairo per decidere quali sanzioni prendere nei confronti della Siria responsabile di non aver adempiuto alle misure stabilite dal piano della Lega stessa, che comportava anche il ritiro dei militari dalle aree civili. “E’ deplorevole che le autorità siriane non abbiano adempiuto a questo piano, disegnato in un quadro arabo per evitare interventi esterni” ha dichiarato Ahmed bin Heli, il “N.2” della Lega araba. Il 19 novembre Damasco aveva dichiarato di voler chiedere spiegazioni e modifiche alla Lega araba su alcuni punti del piano, fra cui il numero di osservatori (500) che saranno inviati per monitorare la situazione.

Nel frattempo si moltiplicano voci e iniziative. Ieri la Francia, per bocca del suo ministro degli Esteri, Alain Juppé, ha dichiarato che il Consiglio nazionale siriano (Cns) organizzato dall’opposizione “è l’interlocutore legittimo con cui vogliamo lavoare. Lavoriamo con la Lega araba e l’insieme dei nostri alleati a un riconoscimento (del Cns, ndr), ha dichiarato il ministro durante una conferenza stampa con il presidente del Cns, Burhan Ghalioun (nella foto con Juppé).

Allo stesso tempo ha lanciato l’idea di corridoi umanitari, precisando che si tratta di un'ipotesi legata all'autorizzazione del regime di Damasco o a un mandato internazionale. Il ministro degli Esteri francese, Alain Juppé, ha descritto i due scenari che renderebbero praticabile la proposta: "Il primo è che la comunità internazionale, l'Onu, la Lega Araba ottengano l'autorizzazione dal regime per la creazione di corridoi umanitari". Se questo non succede, ha continuato il capo del Quai d'Orsay "dovremmo considerare altre soluzioni”. E comunque nessun intervento umanitario "è possibile senza un mandato internazionale" ha precisato.

Mentre nel Paese continuano gli scontri, il Cns ha chiesto al Free syrian army, cioè ai gruppi armati, formati principalmente da disertori, di limitarsi ad azioni difensive e di non attaccare posizioni e basi dell’esercito regolare. In un clima di grande instabilità, si moltiplicano voci e informazioni. Secondo fonti israeliane, la Turchia starebbe per creare una zona cuscinetto sui confini tale da permettere all’opposizione armata di organizzarsi, anche perché Damasco avrebbe perso il controllo della zona di Idlib, nel nord del Paese. Mentre fonti europee a Washington suggeriscono l’esistenza di un piano per una no-fly zone gestita da turchi e arabi, con il coordinamento strategico degli Stati uniti.

mercoledì 23 novembre 2011

LIBANO Il patriarca maronita : no a spartizioni confessionali del Medio oriente - Asia News

LIBANO Il patriarca maronita : no a spartizioni confessionali del Medio oriente - Asia News

» 23/11/2011 11:05
LIBANO
Il patriarca maronita : no a spartizioni confessionali del Medio oriente
di Fady Noun
Mons. Bechara Raï ha invitato ancora una volta ad accogliere con prudenza la “primavera araba”. Il pericolo di conflitti interconfessionali, della nascita di regimi “ancora più duri” e della spartizione della regione su basi religiose. Mons. Caccia: la riapertura della sinagoga a Beirut una speranza per l’avvenire.

Beirut (AsiaNews) - Il patriarca maronita, mons. Bechara Raï, ha invitato ancora una volta ad accogliere con prudenza la « primavera araba », di cui ha detto di temere la possibilità che conduca “a conflitti interconfessionali, una transizione verso regimi ancora più duri e una spartizione della regione su basi confessionali”. Le osservazioni del Patriarca sono state fatte nel corso di un recente colloquio organizzato all’università del Santo Spirito, collegata all’ordine maronita libanese. Il colloquio si è svolto il 18 novembre alla presenza di alcuni membri del Parlamento europeo, dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, del Parlamento libanese e della Commissione delle Conferenze dei vescovi dell’Unione europea.

Il Patriarca, fra l’altro, ha detto che “…il Sinodo dei vescovi, convocato da sua Santità Benedetto XVI in Assemblea speciale per il Medio oriente dal 10 al 24 ottobre, ha confermato ….che la presenza cristiana in Oriente si capisce in termini di ‘comunione e testimonianza?. Ciò significa che non possiamo pensare al nostro avvenire al di fuori, al margine o contro le società in cui viviamo”. E ha continuato, nel messaggio, espresso in francese: “La comunione è un concetto teologico che significa l’unità nella diversità, che i cristiani sono prima di ogni cosa chiamati a vivere nell’amore in seno alla Chiesa, nell’immagine della santa Comunione trinitaria. Questo dimostra che le basi della nostra presenza in Oriente si trovano iscritte nel cuore della nostra fede, e non sono unicamente legate alle circostanze storiche e materiali di questa presenza o alla nostra propria scelta”.

Il patriarca ha poi spostato il discorso su un livello diverso. “In politica questa comunione si traduce in termini di identità nazionale comune, di cittadinanza e di partecipazione. Siamo di fronte alla sfida dei cambiamenti in corso in alcuni Paesi arabi. Questi sono l’espressione di un risveglio e di un impegno per un’identità nazionale comune; ma noi temiamo che questi cambiamenti possano condurre verso dei conflitti interconfessionali, a una transizione verso regimi più duri ancora e ad una spartizione della regione su basi confessionali. Non ci deve essere che un’identità nazionale condivisa, inclusiva di tutti gli apporti culturali, e che possa assicurare la base di un vivere insieme sereno e fruttuoso. I cristiani, con tutti i loro amici di qui e di altre zone, devono fare fronte a tutti i tentativi di definire i nostri Paesi o le nostre società in termini di identità religiosa. Dobbiamo opporci chiaramente all’islamismo esclusivo dell’identità dei nostri Paesi così come alla ebraicità di Israele. Apprezziamo qui la felice dichiarazione di Al- Azhar del mese di giugno scorso, che conferma che l’islam non afferma nessuna identità religiosa per lo Stato che non deve essere né religioso, né teocratico, ma laico, rispettando i valori religiosi fondamentali”.

Il patriarca ha poi parlato delle sfide lanciate alla testimonianza cristiana, e cioè della sicurezza, delle libertà fondamentali e del riconoscimento della diversità. “Noi sappiamo quanto la sicurezza è fondamentale per ogni vita individuale e collettiva…In questo contesto, vogliamo affermare che la sicurezza è un diritto di ogni cittadino, e che lo Stato deve farsene carico. Non si tratta dunque affatto di una protezione di una minoranza da parte di una maggioranza, ma di un diritto fondamentale comune a tutti, senza distinzione e senza discriminazione alcuna”. Ma fatti recenti hanno gettato un’ombra minacciosa su questo diritto: “Tuttavia, visto l’aspetto di intolleranza religiosa manifestato da certi avvenimenti sanguinosi e dolorosi, ripeto l’invito, già espresso dal vertice islamo-cristiano svoltosi al Patriarcato maronita il 12 maggio scorso, di tutte le autorità superiori musulmane e cristiane del Medio oriente di proclamare un documento storico che rifiuti tutti gli aspetti di guerra di religione e promuova la convivialità alla base della cittadinanza e dei diritti fondamentali dell’uomo”.

Mons. Bechara Rai ha poi aggiunto: “Quanto alle libertà fondamentali soffriamo talvolta di mancanza di sicurezza, e soffriamo egualmente, in qualche Paese della regione, di alcune forme di regime di sicurezza statale o sociale che opprimono le libertà fondamentali di coscienza, di culto o di espressione. Ora la libertà è l’ossigeno del cittadino e del credente, è talmente importante per noi che tutta la storia della Chiesa maronita si caratterizza per una lunga avventura di attaccamento e di difesa della libertà a prezzo di enormi sacrifici”.

“Il sinodo speciale per il Medio oriente ha trattato della questione delle libertà…L’Instrumentum laboris (n.36) distingue fra la libertà di culto e la libertà di coscienza. Le due forme conoscono limiti e ostacoli. La libertà di coscienza, cioè la libertà di credere o di non credere, di praticare una religione in privato o in pubblico, senza alcun ostacolo, e dunque la libertà di cambiare religione è ancora, con l’eccezione del Libano, ben lontana dall’essere garantita nelle nostre società ed è talvolta proibita dalla legislazione. Anche la semplice libertà di culto è talvolta indirettamente ostacolata dalle procedure difficili ed ingiuste per ottenere i permessi per la costruzione di luoghi di culto o per il loro restauro”.

Ma c’è una sfida ulteriore, indicata dal Patriarca maronita. “la terza sfida è quella del riconoscimento della diversità…Confessiamo che non è mai facile per un credente accoglierne un altro, nella sua diversità religiosa, come un elemento positivo nel suo spazio sociale e culturale, così come nel suo spazio interiore. Ora, la storia più che millenaria del vivere comune fra cristiani e musulmani nella regione ci insegna con la via del dialogo di vita che queste differenze irriducibili possono essere superate, e persino trasformate in fonte di arricchimento reciproco. Parlando precisamente di questa realtà, il Beato Giovanni Paolo II ha dichiarato che ‘il Libano è più di un Paese: è un messaggio di libertà e un modello di pluralismo per l’Oriente come per l’Occidente’. In questi tempi di sconvolgimenti e di ricerca della verità, la nostra speranza è di vedere il Libano assumere il suo ruolo di messaggio…Questa responsabilità passa per la lotta contro tutte le forme di fondamentalismo e di fanatismo o xenofobia”.

Il Patriarca ha poi concluso: “Non temiamo per la presenza cristiana in Oriente, perché noi crediamo che questa dipenda più dalla volontà di Dio che dalla nostra scelta. Sappiamo anche che lo scenario di un mondo arabo senza i cristiani sarebbe uno scenario catastrofico per l’Oriente e per l’Occidente. Perché questa sarebbe la fine dell’essere arabi come cultura plurale ed essa sarebbe inghiottita dalla cultura religiosa dell’islam. Né l’islam né l’Europa potrebbero sopportare una tale situazione”.

Al colloquio ha partecipato anche il Nunzio apostolico in Libano, mons. Gabriele Caccia, che ha confermato questa vocazione all’unità nella diversità del Libano, affermando: “Il Libano è un Paese piccolo, ma lo si può paragonare a un laboratorio. Il mondo diventa sempre più multiculturale, multietnico e multi confessionale. L’esperienza del Paese dei cedri ci consola e ci rinforza, perché dimostra che un mondo dove è rispettata la dignità umana, per le diverse tradizione culturali e che si basa sulla libertà religiosa e la libertà di coscienza non è solamente un sogno da augurarsi, ma una realtà possibile e in parte già realizzata”. E’ in questo senso che si può capire il restauro della sinagoga nel centro di Beirut come un segno eloquente di una speranza per un avvenire infine pacificato”.

CINA Pechino, cala il settore manifatturiero e rallenta l’economia - Asia News

CINA Pechino, cala il settore manifatturiero e rallenta l’economia - Asia News

» 23/11/2011 13:54
CINA
Pechino, cala il settore manifatturiero e rallenta l’economia
La Cina guarda con preoccupazione alla crisi del debito europeo e alla contrazione del mercato americano. Previsto un calo anche della produzione industriale.

Pechino (AsiaNews/Agenzie) – L’attività manifatturiera in Cina nel mese di novembre ha registrato il suo più grande calo dal marzo 2009: l’indice dei responsabili degli acquisti Pmi calcolato da Hsbc ha raggiunto quota 48 in novembre, contro il 51 di ottobre. Un dato superiore a 50 indica un’espansione dell'attività manifatturiera, una cifra inferiore a 50 una contrazione. Il dato di novembre sarà rivisto il primo dicembre, quando l’indice definitivo sarà pubblicato da Hsbc.

La società di analisi mette nei suo sondaggio il parere dei responsabili agli acquisti di 420 aziende di produzione in Cina. Secondo i suoi esperti, gli esportatori cinesi risentono gli effetti della crisi del debito in Europa (il più grande mercato di esportazione) e di una difficile situazione economica negli Stati Uniti. Tuttavia, aggiungono altri analisti, si sta verificando anche una contrazione voluta dal governo cinese che teme lo scoppio di una bolla immobiliare e la conseguente inflazione.

L’indice Pmi conferma e rafforza quanto detto pochi giorni fa dal vicepremier Wang Qishan, responsabile della finanza, che ha previsto una recessione prolungata dell’economia mondiale e sottolineato la dipendenza della Cina nei confronti delle esportazioni. Il declino nel Pmi “implica che la crescita della produzione industriale dovrebbe scendere all’11 o al 12 % annuo nei prossimi mesi”, ha detto in una nota di analisi Qu Hongbin, economista per la Cina di Hsbc. In ottobre la produzione industriale è aumentata del 13,2% su base annua e del 13,8% a settembre.

“La domanda interna rallenta e la domanda esterna dovrebbe indebolirsi”, ha detto Qu. Nel mese di ottobre, le esportazioni cinesi verso l'Unione europea sono scese a 28,74 miliardi di dollari contro 31,61 miliardi nel mese di settembre, mentre le esportazioni verso gli Stati Uniti sono scese a 28,6 miliardi contro i 30,11 miliardi di dollari in settembre. La contrazione del commercio estero della Cina si inserisce in un contesto di rallentamento della crescita nella seconda economia del mondo, che passa dal 10,4% dell'anno scorso al 9,7% nel primo trimestre, al 9,5% nel secondo e al 9,1% nel terzo.