UKRAINE
sabato 10 dicembre 2011
HOMS: UN MASSACRO
Rai SIRIA, ALMENO 44 MORTI ANCHE SEI BAMBINI
09/12/2011 23:20
Sono almeno 44 i morti in Siria in una nuova giornata di violenza. Tra le vittime dell'azione repressiva del governo di Assad anche sei bambini, due dei quali sono stati uccisi dai cecchini del regime nella città di Homs. Le proteste contro il regime sono divampate in tutto il Paese dopo la preghiera del venerdì,ma la metà dei civili uccisi si registra a Homs, epicentro della rivolta e della repressione. Il Consiglio nazionale siriano (Cns) fa sapere che proprio a Homs le truppe di Damasco preparano "un massacro". Tra i morti, anche tre militari disertori, secondo Al Jazira.
Notizia originale
venerdì 9 dicembre 2011
Accordo a metà a Bruxelles: unione fiscale per 23 Paesi. Cameron divide l'Europa a due velocità - Il Sole 24 ORE
Accordo a metà a Bruxelles: unione fiscale per 23 Paesi. Cameron divide l'Europa a due velocità - Il Sole 24 ORE
Accordo a metà a Bruxelles: unione fiscale per 23 Paesi. Cameron divide l'Europa a due velocità
dal nostro corripondente Beda Romano
Cronologia articolo9 dicembre 2011
In questo articolo
Media
Argomenti: Istituzioni dell'Unione Europea | Angela Merkel | Herman Van Rompuy | Fmi | Bce | Stati Membri | Nicolas Sarkozy | Consiglio Europeo | Germania
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BRUXELLES – Il Consiglio europeo non è riuscito nella notte tra giovedì e venerdì a mettersi d'accordo su una riforma dei Trattati a 27, a causa di Londra che ha bloccato questa possibilità. I Paesi hanno quindi deciso un pacchetto di misure per rafforzare la disciplina sui conti pubblici che sarà oggetto di un accordo intergovernativo a 23.
A bloccare la soluzione a 27,
dal nostro corripondente Beda Romano
Cronologia articolo9 dicembre 2011
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BRUXELLES – Il Consiglio europeo non è riuscito nella notte tra giovedì e venerdì a mettersi d'accordo su una riforma dei Trattati a 27, a causa di Londra che ha bloccato questa possibilità. I Paesi hanno quindi deciso un pacchetto di misure per rafforzare la disciplina sui conti pubblici che sarà oggetto di un accordo intergovernativo a 23.
A bloccare la soluzione a 27,
ALCUNI DIRITTI RISERVATI (CC BY-NC-SA)
mercoledì 7 dicembre 2011
Ministero in armi · DiariodelWeb.it
Ministero in armi · DiariodelWeb.it
ROMA - Le spese militari non si toccano e i gruppi di interesse legati a quella inesauribile fonte di finanziamento pubblico non hanno nessun motivo di preoccupazione. Il piano «lacrime e sangue per salvare l'Italia», illustrato da Monti con dovizia di particolari e continui richiami al dovere inderogabile di accettarlo senza tante storie, non prevede infatti nessun sacrificio su quel versante. D'altra parte non c'era da dubitarne: perché altrimenti avrebbero chiamato a ricoprire la carica di ministro della Difesa un militare del calibro e del rango di Giampaolo Di Paola?
L'ammiraglio - va detto – non è il primo militare chiamato a rivestire quel ruolo nella storia della Repubblica. Nella XII Legislatura, dal 17 gennaio 1995 al 17 maggio 1996, durante il Governo Dini, la responsabilità della Difesa fu affidata a un altro generale: Domenico Corcione, generale di Corpo d'Armata, già capo di Stato Maggiore della Difesa tra il 1° aprile del 199° e il 31 dicembre del 1993. Quella fu anche la data del suo collocamento in ausiliaria per superati limiti di età. Dunque Corcione, quando ricevette l'incarico di ministro, era, almeno, un militare più o meno a riposo, nel limbo dell'ausiliaria, al contrario dello status di cui gode Di Paola, tuttora in servizio e all'apice della carriera. Infatti, dopo essere stato fino al 2008 capo di Stato maggiore della Difesa, l'ammiraglio è stato chiamato, con l'aperto e determinante appoggio di Washington, a svolgere il ruolo di Presidente del Comitato Militare della Nato e proprio in tale ruolo, al momento della chiamata al Governo, si trovava nel teatro – ancora di guerra – dell'Afghanistan. Sole 24 Ore, il giornale di Confindustria, ha anche scritto che il nome di Di Paola per l'incarico di ministro è stato suggerito sempre da Washington.
Non dunque un militare qualsiasi né soltanto un personaggio con buone credenziali, chiamato a ricoprire un ruolo meramente tecnico. Al contrario uno che sa bene quello che non deve essere tagliato e le ragioni di ciò. Nella sua prima audizione in qualità di ministro di fronte alle commissioni congiunte di Camera e Senato, il nuovo ministro ha illustrato le linee guida del suo programma, incentrate sul tema - ricorrente negli ambienti militari - della «dismissione del patrimonio immobiliare delle caserme». Ma niente ha detto né soprattutto ha intenzione di dire, sul taglio delle spese militari, soprattutto sul lato degli armamenti. In questo - bisogna dirlo – è sostenuto tout azimut dalla solerzia bipartisan dei parlamentari delle due commissioni. La parte senatoriale, in particolare, lo ha esortato a tener fede gli impegni già presi dal Governo Berlusconi per la spesa di 502 milioni di euro che dovranno servire - gli hanno ricordato – per sistemi d'arma adeguati a meglio tutelare la sicurezza dei soldati italiani in Afghanistan. Ma oltre alle spese per gli annessi e connessi di una missione militare come quella in Afghanistan, che non finisce mai e dovrebbe invece finire subito, nella audizione il nuovo ministro non ha neanche accennato al pesante fardello lasciato in eredità dalle precedenti maggioranze, comprese quelle di centrosinistra, in materia di armamenti. Il che significa in particolare la messa in bilancio della spesa di 15 miliardi di euro per l'acquisto di 131 cacciabombardieri F35 - aereo aria terra decisamente da guerra – e la spesa già avviata dall'Aviazione militare per l'acquisto di circa cento caccia Eurofighter Typhoon, per qualcosa come dieci miliardi di euro.
Di Paola ha a che fare direttamente con la partita degli F35. Per due motivi, assai significativi l'uno e l'altro. Il primo va ascritto alle responsabilità dirette che via via l'ammiraglio ha assunto nel corso della sua carriera: nel 2002, come direttore degli armamenti, Di Paola firmò infatti il memorandum d'intesa che legava l'Italia al programma del caccia statunitense Joint Strike Fighter (F35). Vennero così poste le basi del contratto tra Finmeccanica e Locheed Martin, la ditta statunitense a cui è intestato il programma. Il secondo motivo è invece connesso alla concezione strategica di Di Paola, alla sua idea di come vada sfruttato lo strumento militare. In sintonia con gli anglo-americani, Di Paola è sostenitore della capacità di «proiezione» dell'azione militare in giro per il mondo, di movimentazione rapida delle forze armate e dunque dell'impiego privilegiato delle forze d'oltremare e, insieme, dell'adeguata strumentazione in materia di armamenti. Nato docet, in Afghanistan e in Libia.
E' chiaro che Di Paola, per altro in non piccolo conflitto di interesse nel suo nuovo ruolo, non taglierà proprio nulla né seguirà neanche in minima parte l'esempio del governo conservatore britannico che all'inizio di quest'anno ha deciso un serio piano di riduzione delle spese militari .
Ma è altrettanto chiaro che di fronte alle scelte «lacrime e sangue» del governo Monti, di fronte al fuoco ancora una volta concentrato sulle fasce medio-basse della popolazione, di fronte ai sacrifici a senso unico, la proposta di taglio alle spese militari che Sel porta avanti - in sintonia con movimenti e associazioni pacifiste da sempre impegnate su questo terreno – può acquistare un significato che va oltre quello tradizionale - ovviamente di grandissimo valore - di opzione pacifista. Può cioè crearsi l'occasione di una grande discussione pubblica sul modo di impiegare le risorse, sull' agire secondo alcuni criteri e non altri, su come la quotidianità dell'esistenza, la vita delle persone, il futuro dei ragazzi e delle ragazze debbano essere messi al centro quando si discute di conti e risorse pubbliche.
Insomma una partita che vale la pena di giocare. Mai come in questo momento.
Elettra Deiana
martedì 6 dicembre 2011
giovedì 1 dicembre 2011
Mons. Barnaba incontra Card. Nosiglia e Piero Fassino
Egitto: Fratelli musulmani, abbiamo oltre il 40% dei voti · DiariodelWeb.it

Egitto: Fratelli musulmani, abbiamo oltre il 40% dei voti · DiariodelWeb.it
IL CAIRO - Il Partito islamico della libertà e della giustizia (Plj), braccio politico dei Fratelli musulmani, la forza politica più organizzata dell'Egitto, ha annunciato di essere in testa nella prima fase delle prime elezioni dell'era post Mubarak.
«I primi risultati ottenuti dall'inizio dello spoglio danno in testa il Partito della libertà e della giustizia (Plj), seguito dal partito Al Nour (salafista) e dal Blocco egiziano (coalizione liberale)», afferma il Plj in un comunicato. Il Plj sostiene inoltre di avere conseguito i migliori risultati rispettivamente a Fayyoum (130 chilometri a sud del Cairo), nel governatorato del mar Rosso (sud), al Cairo e a Assiout (sud). «Il risultato è più serrato fra il Plj e il partito Al Nour nei governatorati di Alessandria (nord ovest) e Kafr al Sheikh (delta del Nilo)», ha aggiunto il partito islamico.
Il primo turno delle legislative si è svolto lunedì e martedì in un terzo dei governatorati del Paese più popoloso del mondo arabo (più di 80 milioni di abitanti), fra cui la capitale Il Cairo e la seconda città dell'Egitto, Alessandria. Lo scrutinio, organizzato in tre fasi, si svolgerà nelle altre regioni fino all'11 gennaio per l'Assemblea del popolo (deputati) e fino all'11 marzo per la Shura (camera alta a carattere consultivo).
Anche le prime stime riportate questa mattina dai media egiziani davano in testa i Fratelli musulmani, che presentano per la prima volta un loro partito alle elezioni: il movimento è stato messo ufficialmente fuori legge da Mubarak.
Clinton: Dopo le elezioni transizione verso una Democrazia equa - Il segretario di Stato americano Hillary Clinton ha chiesto «la prosecuzione di una transizione verso una democrazia equa, trasparente e aperta» in Egitto dopo la prima fase delle elezioni politiche.
«Mi congratulo con il popolo egiziano per l'inizio pacifico e riuscito del suo processo elettorale», ha scritto in un comunicato, sottolineando che «gli egiziani hanno motivo per essere orgogliosi» dello svolgimento del voto. Gli islamisti sembrano incanalati verso una vittoria, secondo i risultati preliminari del conteggio dei voti in Egitto.
La consultazione, che segnava la rottura con l'era Mubarak, si è svolta nella calma malgrado un contesto di tensione. Gli Stati Uniti, ha scritto ancora Clinton, «continueranno a schierarsi al fianco degli egiziani nella loro proiezione verso un governo civile democraticamente eletto, che rispetterà i diritti umani e che risponderà alle loro aspirazioni di dignità, di libertà e di vita migliore».
L'amministrazione Obama aveva preso posizione la settimana scorsa nel confronto teso tra il potere provvisorio dell'esercito e i manifestanti che chiedendo il ritiro dei soldati. Aveva invitato alla calma e chiesto che la transizione a un potere civile avvenisse il più rapidamente possibile. L'Egitto era considerato dagli Stati Uniti il più vicino alleato arabo durante i tre decenni al potere di Hosni Mubarak in particolare a causa della pace accettata dal Paese con Israele e dei legami militari importanti tra Il Cairo e Washington.
Appelli a manifestare pro e contro la Giunta militare - Appelli a manifestare venerdì 2 dicembre in Egitto sono stati lanciati da sostenitori e oppositori della giunta militare che guida il Paese dalla caduta del presidente Hosni Mubarak. Gli appelli arrivano all'indomani del primo turno delle elezioni legislative svolte senza incidenti.
«Invitiamo tutti gli egiziani a partecipare il 2 dicembre a piazza Tahrir all'omaggio che sarà reso ai martiri di rue Mohamed Mahmod e a tutti i martiri uccisi dai militari durante il periodo di transizione», hanno affermato «i comitati popolari per la difesa della rivoluzione egiziana» sulla loro pagina di Facebook.
Rue Mohamed Mahmoud, nei pressi di piazza Tahrir, è stato teatro di scontri tra manifestanti e forze dell'ordine durante la settimana prima delle elezioni. Gli incidenti e le violenze nel resto del Paese hanno provocato 42 morti.
Da parte sua, «l'Unione dei movimenti della maggioranza silenziosa», favorevole alla giunta militare, ha lanciato un appello a manifestare con lo slogan «il venerdì di sostegno alla legittimità» su piazza d'Abbassiyah, nei pressi di Tahrir.
«Piazza Tahrir non è la sola fonte di legittimità», ha sottolineata l'Unione in un comunicato citato dall'agenzia ufficiale Mena.
I manifestanti di Tahrir chiedono il ritiro immediato della giunta militare, accusata di violenze e repressioni nei confronti dei civili.
CINA Docente cinese: “La nostra economia è sull’orlo del baratro. Pechino sta barando” - Asia News
CINA Docente cinese: “La nostra economia è sull’orlo del baratro. Pechino sta barando” - Asia News
» 30/11/2011 11:19
CINA
Docente cinese: “La nostra economia è sull’orlo del baratro. Pechino sta barando”
A parlare non è un dissidente o un analista internazionale ma Larry Lang, titolare della cattedra di Studi finanziari all’Università cinese di Hong Kong e noto opinionista della televisione nazionale della Cina continentale. In una lezione a porte chiuse spiega: “Il regime ci impone di dire bugie. La verità è che ogni provincia cinese ha i conti simili a quelli della Grecia”. L’audio della lezione in cui, in 5 punti, spiega perché la Cina collasserà presto.
Shanyang (AsiaNews) - L’economia cinese “è sull’orlo della bancarotta” e ogni provincia del Paese “ha i conti simili a quelli della Grecia”. Tutto questo “corrisponde a verità, ma secondo il sistema politico vigente nel Paese non possiamo dirlo”. A parlare non è un dissidente o un analista internazionale ma Larry Lang, titolare della cattedra di Studi finanziari all’Università cinese di Hong Kong e noto opinionista della televisione nazionale della Cina continentale.
Il professore ha tenuto una lunga lezione a porte chiuse nella città di Shenyang, nella provincia settentrionale del Liaoning: nonostante abbia proibito ogni ripresa della sua lezione, un audio è stato reperito e messo in Rete da alcuni dei presenti. Lo si trova a questo link: http://www.youtube.com/watch?v=comHcv7qSBg
Nell’audio, secondo la traduzione fatta dall’Epoch Times, il professore apre la lezione dicendo: “Tutto quello che sto per dire è vero. Ma, secondo i canoni di questo sistema politico, non abbiamo il permesso di dire la verità. Non dovete pensare che stiamo vivendo in un tempo di pace: i media non possono riportare quello che accade. Chi di noi lavora in televisione si sente frustrato, perché non si possono fare programmi reali”. Secondo il docente, ci sono 5 motivi alla base della possibile bancarotta del sistema cinese.
Il primo motivo è che il debito del regime è di circa 36mila miliardi di yuan, pari a 5,68mila miliardi di dollari. Questo risultato si ottiene aggiungendo al debito dei governi locali – fra i 16 e i 19,5mila miliardi – quello delle imprese di proprietà statali, che si aggira intorno ai 16mila miliardi di yuan: “Con gli interessi che crescono, pari a 2mila miliardi l’anno, le cose peggioreranno molto presto”.
Al secondo punto c’è la grande incognita dell’inflazione, che il regime fissa in maniera ufficiale al tasso del 6,2 %. Secondo Lang, il vero tasso è intorno al 16 %: questo dato, tra l’altro, spiegherebbe molto bene le centinaia di migliaia di proteste sociali connesse al costo della vita che ogni anno avvengono in Cina e le preoccupazioni della Banca centrale del popolo, che sta riducendo in questi giorni il volume di liquidità immesso nel circuito economico cinese.
Al terzo punto c’è lo squilibrio fra produzione industriale e consumo interno. Il cinese medio, ha spiegato il professore, consuma soltanto il 30% dei prodotti dell’attività economica interna: in questo modo non si può sviluppare un mercato interno e aumentano i prezzi al consumo. Secondo Lang il nuovo crollo del tasso di produzione industriale – che ha toccato il record negativo di 50,7 – è il segnale della recessione in corso in Cina.
Al quarto punto ci sono gli indicatori di produzione: il tasso di crescita del Prodotto interno lordo, che per Pechino si aggira quest’anno intorno al 9 %, è falso. Secondo i dati del professore, infatti, il Pil è in realtà in seria diminuzione. Questo spiegherebbe perché moltissime aziende del settore privato – che secondo alcuni studi garantiscono il 70 % totale del Pil – sono state costrette a chiudere negli ultimi due anni scatenando un’ondata di disoccupazione.
All’ultimo punto c’è la pressione fiscale, che secondo Lang è fra le più alte al mondo: per l’industria (contando imposte dirette e indirette) le tasse arrivano al 70 % dei guadagni totali. Per il privato, il cuneo fiscale è arrivato al 51,6 %. Il professore, chiudendo la lezione, ha detto: “Appena lo tsunami economico inizierà a colpire la Cina, il regime perderà la sua credibilità e il nostro Paese diverrà uno dei più poveri al mondo”.
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